La tempesta che si avvicina

downloaddi Jorge Cadima

O Militante“, rivista teorica del Partito Comunista Portoghese, n° 353 marzo-aprile 2018

Traduzione di Marica Guazzora per Marx21.it

La crisi sistemica del capitalismo è entrata in una nuova e più pericolosa fase. Le vecchie potenze imperialiste – Stati Uniti, Europa e Giappone – stanno affrontando sul piano economico un profondo cambiamento nella correlazione globale delle forze. Affrontano la resistenza dei popoli e dei paesi al loro dominio (come in Siria); il pericolo imminente di un nuovo collasso economico, il crescente malcontento e la rivolta dei lavoratori contro il loro sfruttamento sfrenato, anche nei paesi imperialisti (vedi gli Stati Uniti).

Le vecchie classi dominanti rifiutano di accettare la fine del loro dominio egemonico, ma le difficoltà generano crescenti contraddizioni all’interno degli Stati Uniti, dell’Unione europea e tra le due sponde dell’Atlantico. Il partito della violenza e della guerra è rafforzato. Questo inizio dell’anno è segnato da una nuova corsa agli armamenti (incluso il nucleare) e dalla proliferazione di minacce di guerra sempre più aperte contro Russia e Cina. L’umanità di nuovo affronta il vero pericolo di un grande conflitto, le cui conseguenze sarebbero catastrofiche.

La nuova corsa agli armamenti

La rivista The Economist il 27 gennaio 2018 titolava: “La prossima guerra”. In un editoriale, affermava che “negli ultimi 25 anni la guerra ha falciato troppe vite [ma] uno scontro devastante tra le grandi superpotenze del mondo è rimasto quasi inimmaginabile. Ma oggi un conflitto su una scala e un’intensità mai viste dopo la seconda guerra mondiale è di nuovo possibile. ” Allo stesso tempo, la rivista Time il 1 febbraio ha dedicato la copertina, illustrata con un fungo atomico, al tema «Making America new nuclear». La rivista riporta il piano approvato dal governo Trump di spendere $ 1,2 trilioni di dollari USA per riformulare completamente il complesso di armi nucleari, cioè per modernizzare la vecchia triade nucleare, aerei, bombardieri, sottomarini e missili a terra.

Nelle ultime settimane sono state rilasciate nuove versioni dei principali documenti di orientamento della politica militare USA, la Strategia di sicurezza nazionale (dicembre 2017) e la Rivista Nuclear Posture (febbraio 2018). Entrambi indicano una chiara escalation della corsa agli armamenti, alimentata dalla forte presenza militare nel governo di Trump e dalla militarizzazione dello spazio e del cyberspazio. Ci sono episodi di preparazione psicologica delle popolazioni per una guerra.

Il 13 gennaio, l’Agenzia di emergenza del governo delle Hawaii ha inviato un falso allarme a tutti i telefoni cellulari di un attacco missilistico balistico in corso che avrebbe colpito lo stato americano. Dopo 38 minuti (!) di panico generalizzato, la smentita è arrivata (New York Times, 13.1.2018). Tre giorni dopo, l’episodio è stato ripetuto in Giappone, dall’emittente nazionale NHK (NYT, 16.1.2018).

I piani di guerra sono di aumentare drasticamente le spese militari. Il budget USA per il 2018 “stanzia $ 716 miliardi per spese militari, un aumento del 13% rispetto al 2017” (The Guardian, 9.2.2018). La fonte più importante è che solo $ 80 miliardi di questo bilancio militare USA “superano il budget militare di qualsiasi altro paese a parte la Cina”. L’aumento è “superiore del 7%, sollecitato dalla Casa Bianca”, dice Trump, un fatto degno di nota, poiché secondo il New York Times (2018/08/02), l’approvazione del Bilancio nella Camera dei Rappresentanti (da 240 voti a 186) è stato possibile solo perché 73 democratici hanno sostituito i 67 repubblicani che hanno votato contro (non all’aumento delle spese militari ma per l’assenza di tagli alle leggi per compensare tale spesa). La politica di militarizzazione e la guerra non sono una novità di Trump.

E’ sempre stata consensuale tra i partiti del grande capitale negli Usa.

Il drammatico aumento della spesa militare non è una esclusiva degli Stati Uniti. Le principali potenze europee seguono lo stesso percorso, simultaneamente finanziando la NATO e la costruzione del cosiddetto esercito europeo (“Cooperazione permanente strutturata” nella lingua codificata di Bruxelles). Gli stessi governi che dicono di non avere soldi per la spesa sociale e hanno speso miliardi per sostenere il sistema finanziario, si stanno preparando a moltiplicare le spese militari. Per la guerra, come per il grande capitale, non vi è alcuna spesa o indebitamento ‘insopportabile’.

Il budget militare tedesco per il 2018 è cresciuto del 3,9%, con un aumento previsto di 5,3 miliardi entro il 2021 (marketwatch.com, 13.3.2017) e il prossimo governo tedesco dovrebbe rafforzarli ulteriormente. Il governo francese ha deciso di spendere 300 miliardi di euro entro il 2025 per il suo bilancio militare (compresi 45 miliardi di armi nucleari), con aumenti annuali di 1700 milioni entro il 2023 e 3 miliardi entro il 2024 e il 2025 (Le Monde, 7-8 di febbraio 2018). E la Francia spenderà il 2% del PIL per le spese di guerra, l’importo fissato dalla NATO e che Trump reclama con insistenza.

Quasi contemporaneamente, il governo spagnolo ha annunciato (El País, 24.1.2018) che raddoppierà le spese militari nei prossimi sette anni, raggiungendo i 18,5 miliardi di euro, ovvero l’1,53% del PIL. In Portogallo, i Ministri della Difesa e degli affari esteri hanno firmato congiuntamente un articolo (Pubblico, 25.1.2018) in cui, attraverso i deplorevoli vassalli alla NATO, hanno annunciato l’intenzione (non quantificata) di “aumentare le spese militari nel prossimo futuro” attraverso l’acquisizione di nuovi velivoli a medio raggio e il rafforzamento della nostra capacità navale in ambito NATO”.

L’enorme pericolo di tutto questo è evidente. Il militarismo va sempre di pari passo con la reazione, sia esternamente che all’interno. E’ evidente in Ucraina, con la promozione dell’estrema destra e il patronato del fascismo. L’ex ministro della Difesa statunitense, William Perry, ha dichiarato: “La nuova corsa agli armamenti è già iniziata. […] Il pericolo di un conflitto nucleare è maggiore oggi che durante la Guerra Fredda “(Time, 1.2.2018). Basta guardare a quello che è successo agli inizi di febbraio per comprendere il vero pericolo che l’umanità sia intenzionalmente o involontariamente coinvolta in un conflitto nucleare: nel breve spazio di una settimana un aereo è stato abbattuto in Siria in un combattimento russo con un elicottero israeliano e turco, e aerei statunitensi attaccano le posizioni del governo siriano nella regione martoriata di Deir El-Ezzor (che ha le maggiori riserve petrolifere del paese), uccidendo decine di soldati siriani.

Come conseguenza di invasioni e attacchi diretti o di bande terroristiche al servizio dell’imperialismo, per molti anni la catastrofe della guerra generalizzata è stata una parte del presente, non del futuro, dei popoli del Medio Oriente. Ma il pericolo di uno scontro diretto tra le forze (convenzionali o meno) delle due maggiori potenze nucleari è quotidiano, in particolare in quella regione del pianeta. Non si può escludere un’enorme provocazione da parte dei sostenitori della guerra che porterebbe al disastro.

La causa principale: il capitalismo e la sua crisi

La guerra è inseparabile dalla storia del capitalismo nella sua fase imperialista. Il ventesimo secolo è stato testimone di due guerre mondiali, il risultato di aggressioni e rivalità tra potenze imperialiste, per il controllo delle risorse e dei mercati e per l’egemonia. La seconda guerra mondiale, generata dall’espressione più violenta e aggressiva del capitalismo che la storia aveva finora registrato – il nazifascismo – aveva ancora il marchio indelebile della grande crisi del capitalismo degli anni ’30 e l’odio viscerale verso i lavoratori e i popoli, in particolare verso l’Unione Sovietica socialista. Il mondo è cambiato molto negli ultimi decenni. Ma l’essenza del capitalismo non è cambiata, né cambierà. A dimostrarlo è l’ultimo quarto di secolo. Il profondo squilibrio nella correlazione globale delle forze che ha seguito le vittorie controrivoluzionarie nell’Europa orientale ha aperto le porte alla violenza e all’aggressività del capitalismo, sia a livello nazionale che internazionale. La distruzione delle conquiste sociali dei popoli e la brutale offensiva strumentale è stata accompagnata dal graduale smantellamento dell’ordine internazionale istituito dopo la sconfitta del nazifascismo e dall’escalation di guerre aperte di aggressione.L’elenco dei popoli che sono stati vittime della barbarie imperialista negli ultimi 25 anni è ampio. L’espansione della NATO dal punto di vista geografico e le “missioni” auto-proclamate parlano da sole. Gli obiettivi della furia imperialista sono i paesi che rifiutano di sottomettersi ai diktat imperialisti, indipendentemente dal loro sistema sociale e politico. La non accettazione degli ordini della superpotenza globale è casus belli – motivo di guerra. Chi pensava che accettare il disarmo potesse garantire la propria sopravvivenza (come ad esempio Saddam Hussein in Iraq e Gheddafi in Libia ) ha scoperto troppo tardi che in realtà era esattamente il contrario: per l’imperialismo gli accordi sono inutili e la consegna delle armi è il preludio per l’invasione delle potenze imperialiste e della distruzione del paese “recalcitrante”. Le lamentele delle grandi potenze capitaliste relativamente ai programmi (veri o falsi) di riarmo dei paesi che sono stati bersaglio delle aggressioni e delle minacce come la Russia, la Cina, l’Iran o la Corea del Nord sono frutto di infinita ipocrisia. Hanno rovesciato la realtà, presentando cioè le vittime come carnefici e i carnefici come vittime. Basta leggere The Economist per rendersi conto che ciò che le potenze imperialiste temono non è essere aggrediti ma la perdita dell’egemonia e in particolare la perdita dell’impunità raggiunta con la fine dell’URSS, che ha permesso loro di attaccare senza paura di risposta da parte delle loro vittime. Tuttavia, il parassitismo e il potere egemonico del grande capitale finanziario non solo hanno impoverito gran parte dell’umanità ma hanno anche eroso le fondamenta stesse del sistema capitalista. Il castello di carta del sistema finanziario ha aperto crepe così profonde che gli stati al servizio del capitale sono stati costretti ad intervenire con misure non convenzionali per sostenere il collasso. Ma un decennio dopo la grande crisi del 2007-2008 si stanno moltiplicando nuovi segnali di pericolo. Le bolle speculative tornano con forza nei mercati finanziari alimentate dall’entrata di denaro facile e utile al grande capitale.

Ogni tentativo di abbandonare queste politiche scuote il sistema finanziario, come testimonia la crisi del mercato azionario del febbraio 2018. L’economia produttiva (ciò che la propaganda di sistema chiama “economia reale” confessando la natura artificiale della speculazione finanziaria) non decolla. Il meccanismo di riproduzione del capitale si è rotto. E le politiche generalizzate di impoverimento dei popoli aggravano ulteriormente la situazione. La questione di fondo rimane e nuovi focolai di crisi sono all’orizzonte con l’aggravante che tutti i “meccanismi non ortodossi” sono già stati utilizzati. Le banche centrali e gli stati nazionali, dopo aver assunto come proprio l’indebitamento colossale e le perdite di grandi capitali privati, si trovano in una situazione sempre più insostenibili.

Occorre sommare a questa realtà il profondo e inarrestabile cambiamento nella correlazione delle forze economiche globali, con l’ascesa di nuove potenze, alcune delle quali non rinunciano alla loro sovranità nazionale. La Cina, in particolare, è ora la più grande forza economica del mondo (calcolando il PIL nella parità del potere d’acquisto) ed è la responsabile di una buona parte della crescita dell’economia alimentata dalle politiche di dislocazione del capitale, dai centri imperialisti verso quei paesi, nella ricerca simultanea di massimizzare i profitti e di creare l’offensiva sociale degli ultimi decenni contro i lavoratori del centro imperialista.

L’escalation di ostilità diretta simultaneamente contro Russia e Cina (in particolare dagli Stati Uniti) punta ad intensificare le contraddizioni interne in quei paesi dove ci sono settori aperti al compromesso che alimentano le illusioni sulla vera natura del sistema di potere Usa, un obiettivo che in alcuni altri paesi in ascesa ha avuto successo. Ma allo stesso tempo, questa ostilità rafforza quei settori che comprendono che l’unica possibilità di sopravvivenza dei rispettivi paesi risiede nella ricerca di un ordine economico, finanziario e politico alternativo.

Se è raro che gli araldi del capitalismo confessino la vera natura del sistema e la sua profonda crisi, è sempre più frequente sentire Russia e Cina usate come capro espiatorio della crescente escalation militarista e bellicosa. La scusa del “terrorismo” (in gran parte sponsorizzato, finanziato e armato dalle potenze della NATO e dai loro alleati regionali) viene messa sullo sfondo come pretesto per la guerra, le spese militari, le leggi sulla sicurezza o l’aggressione. Parlando di minacce terroristiche, la nuova sicurezza nazionale National Security Strategy afferma che “Cina e Russia mettono alla prova la potenza, l’influenza e gli interessi americani, cercando di erodere la sicurezza e la prosperità americane”. Alexander Mercouris (theduran.com, 8.2.2018) sottolinea l’implicita confessione in questa affermazione: i giorni della “sola superpotenza egemonica” sono una cosa del passato. Meno diplomatico, l’editoriale di The Economist (27/01/2018) dichiara che quei paesi sono stati revisionisti che vogliono sfidare lo status quo e, con la solita inversione delle responsabilità, minacciano:” Se l’America permette alla Cina e alla Russia di stabilire delle egemonie regionali … esse avranno via libera per perseguire i loro interessi attraverso la forza bruta. L’ultima volta che questo è successo, il risultato è stato la prima guerra mondiale.” Per l’economista anglosassone non c’è dubbio. Ora che il sole è tramontato nell’impero britannico, gli Stati Uniti devono essere il potere egemonico. Come la Germania imperiale scoprì un secolo fa, l’alternativa offerta ai paesi in ascesa economica è tra il vassallaggio (il termine è di Zbigniew Brzezinski) e la guerra. Per l’Economist, questa egemonia deve essere imposta con il sangue – e il debito – del popolo americano: “L’America deve capire che sta beneficiando della maggior parte del sistema internazionale e che è l’unica potenza con la capacità e le risorse per proteggerlo da attacchi prolungati.” Tesi che porta alla domanda sollevata da Trump: se è così, perché i profitti non dovrebbero essere americani?

Lontano dai miti propagandistici per le masse, 20 anni fa (3.1.1998) The Economist pubblicò un lungo articolo che difendeva un’alleanza egemonica euro-atlantica sul pianeta, parlando di un “rettangolo esplosivo (energetico) tra Arabia e Kazakistan” e chiedendosi: “In che direzione andranno gli oleodotti e i gasdotti richiederà qualcosa di più muscoloso dei soldi?”

La rivista ha risposto parlando di una potenziale “guerra euro-asiatica”.

Già allora parlava della necessità di “combinare una portata nucleare a lungo raggio con una portata non nucleare, non solo perché la maggior parte delle crisi sono affrontate al meglio con mezzi non nucleari [!!], ma anche perché anche un attacco nucleare ben fatto (sic) deve essere seguito da soldati via terra che possano assicurarne il successo in modo permanente .[!!]”.

Anche il generale Loureiro dos Santos (DN 13/03/2000) prevede una guerra mondiale, a seguito della “contestazione delle risorse globali” e prima dell’ascesa di nuove potenze, riferendosi in particolare a Cina e Russia, che ‘hanno la capacità di opporsi o di sfidare gli Stati Uniti. E gli Stati Uniti dovranno agire. Non sarà per ora, ma in 15, 20 anni è quasi inevitabile. “

E ha dato voce alla più pericolosa, ma rivelatrice, banalizzazione delle armi nucleari: “L’arma atomica rimane un’arma molto importante […], ma per le grandi potenze non cesserà di essere un ostacolo” [sic].

I soliti rituali che ora si utilizzano per cercare di giustificare la gara bellicosa delle vecchie potenze imperialiste si scontrano contro la franchezza di queste affermazioni, scritte quando Putin non era ancora presidente e il mondo sembrava un labirinto degli Stati Uniti.

Una guerra globale per preservare la sua egemonia è stata a lungo parte dei piani di importanti settori dell’imperialismo. Sono il frutto di una visione del dominio del mondo che considera le sovranità dei popoli e gli interessi delle classi lavoratrici come meri ostacoli a disposizione. Il pericolo che il partito della guerra diventi dominante nelle classi imperialiste, di fronte a una crisi di dimensioni incontrollabili, è enorme.

Ritardare a comprendere la gravità del momento aumenta i pericoli. Il silenzio dei politici borghesi sui pericoli per l’umanità e la necessità di lottare per la pace è assordante.

Spetta ai lavoratori e ai popoli – le principali vittime di tutte le guerre – alzare con urgenza la bandiera della lotta per la pace e contro i deliranti piani di guerra che minacciano di moltiplicare molte volte l’enorme tragedia in cui oggi vive una grande parte dell’umanità. La solidarietà con i popoli che sono in prima linea nell’aggressione imperialista è necessaria. E i lavoratori dei principali centri imperialisti sono anche vittime del capitalismo: basta guardare la drammatica situazione sociale negli Stati Uniti e in molti paesi dell’UE. Il nemico della pace è anche il nemico degli operai e dei popoli del mondo. Questa è la base sociale del vasto fronte anti-imperialista e anti-guerra che deve essere eretto, e che potrebbe fermare il mostro decadente, ma feroce, del grande capitale internazionale.

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