Partigian* in ogni strada – Nome di battaglia Marco

Contributo al 25 aprile 2020

di Carlotta Cossutta

per www,milanoinmovimento.com

Mio nonno venne arrestato da tre fascisti della Ettore Muti il 3 gennaio del 1944, aveva 17 anni e frequentava la seconda liceo al Carducci. I tre fascisti arrivarono nella casa della sua famiglia a Sesto, proprio al Rondò, poco prima dell’alba. Mio nonno aveva 17 anni, frequentava la seconda liceo al Carducci, ogni mattina prendeva il tram o la bici quando doveva tenere un posto in fila agli alimentari per sua mamma. Dormiva in stanza con sua sorella Wanda e al suono del campanello le disse: “Stai tranquilla, è per me”. Giusto il tempo di infilarsi dei vestiti, salutare suo padre e uscire. Mentre abbraccia Benvenuto, suo papà, però, avviene uno scambio in due toni, ad alta voce mio nonno dice: “Mi raccomando papà, prenditi cura della mamma”; in un sussurro, invece: “Mettimi la mano nella tasca destra del cappotto”; ad alta voce “e anche della Wanda”, sussurrando: “Prendi il mio abbonamento del tram”. E a due volumi risponde il padre: “Abbi cura di te”, ma anche “l’ho preso”.

In quell’abbonamento del tram c’era una mappa, con il percorso per il luogo dove mio nonno nascondeva le armi per i partigiani, armi che prendeva da uno che conosceva che era stato arruolato nell’esercito di Salò e che stava alla caserma di Monza (e che fu colui che lo tradì). Un compito che mio nonno si era proposto di fare all’interno del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile comunista clandestina guidata da Curiel. Un compito in qualche modo improvvisato, nato dalla contingenza, che mio nonno propone ad Antonio Arcari, figlio di amici di famiglia uscito due anni prima dal Carducci, già coinvolto nell’organizzazione comunista. Un compito che diviene così utile che lo porta a conoscere Quinto Bonazzola, il viceresponsabile del Fronte della Gioventù: un 22enne studente di filosofia con Antonio Banfi. Una storia di ragazze e ragazzi, anche, che ci provano.

Mio nonno era diventato, come diceva sempre, prima comunista che antifascista. Veniva da una famiglia non militante, ma senza simpatie per il fascismo. La mamma era di Cerignola, il papà triestino e si erano incontrati in una casa di ringhiera in viale Monza. Benvenuto era arrivato a Milano e lavorava come operaio specializzato alla Marelli – prima di mettere su un’officina meccanica con suo fratello –, era ateo e a Trieste era stato mazziniano e aveva partecipato alla presa di Fiume. A Milano non faceva politica, ma non prese mai la tessera fascio. Durante i bombardamenti del ’42 la famiglia decide di sfollare a Cervia, a casa di un amico, mentre Benvenuto rimaneva a lavorare a Sesto. Mio nonno andò a studiare a Ravenna, dove entra in contatto con professori antifascisti, ma, soprattutto, dovendo aspettare il treno per tornare a Cervia la sera, frequenta una biblioteca, la Classene, dove si innamora di Giordano Bruno (e insieme a Tacito non ha mai smesso di leggerlo). Il sacerdote che gestiva la biblioteca, guardando le letture un po’ troppo materialiste di questo studente, decide di consigliargli di leggere “Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia” di Benedetto Croce. Un volume che, per confutare il marxismo, metteva in appendice il “Manifesto del Partito Comunista”, un testo vietato dalla censura fascista che però nulla aveva potuto contro Croce. Mio nonno lo legge e scopre di trovarci proprio quello che stava cercando. Da lì, è tutto un turbinio di discussioni con compagni e compagne di scuola avverse al fascismo, fino a immaginare di scappare di casa per unirsi ai partigiani: tentativo bloccato da Benvenuto, che lo bloccò alla stazione, e dalla mancanza di treni.

Però, quando nell’ottobre del ’43 tornano a Milano mio nonno sente di volersi impegnare di più e così lo ritroviamo mentre viene arrestato a Sesto Rondò. Viene portato nella caserma di Monza, che aveva sede nell’ex mattatoio della città, con uno dei primi schiaffi gli rompono gli occhiali – e lo so che non è una grande tortura, ma sapendo cosa vuol dire essere miope come lo era lui posso solo immaginare lo spaesamento. Viene legato a una stufa, tanto che il retro del cappotto prenderà fuoco, lasciando un grosso buco – quel cappotto lo ritroverà, poi, conservato con cura nell’armadio di sua madre. Gli chiedono incessantemente di fare i nomi dei suoi comandanti, lui capisce che tacere gli è impossibile e quindi risponde ad ogni domanda, altrettanto incessantemente: “Mi chiamo Armando Cossutta, sono nato a Milano il 2 settembre del 1926”. Se è vero, come sostiene Elaine Scarry, che la tortura disgrega l’identità disgregando il linguaggio, sia che chi è torturat* confessi, sia che resista emettendo solo urla di dolore, fino a dire “all is almost gone now, there is almost nothing left now, even this voice, the sounds I am making, no longer form my words but the words of another” (Scarry, The Body in Pain, 1985, p. 35), mi è sempre sembrato che questa risposta ripetuta non fosse solo un modo per parlare senza dire, ma anche un tentativo di aggrapparsi alla propria identità, alla propria unicità oserei dire con Arendt, che la tortura – sempre un fine e mai solo un mezzo – cercava di distruggere.

Dopo qualche giorno in caserma, mio nonno passa al carcere di Monza, in una cella con uno della borsa nera e due operai comunisti, all’inizio diffidenti verso questo ragazzino che frequenta un liceo classico e si dice comunista, ma poi preziosissimi compagni. Il 23 febbraio del ’44 i prigionieri politici vengono radunati in cortile, mentre nevica forte, dalla Wehrmacht e, tra urla in tedesco e spintoni, vengono messi in fila faccia al muro, coi soldati in formazione che impugnano i fucili. Accanto a mio nonno c’è uno dei suoi compagni di cella, Empidonio Chendi, operaio della Falck, che gli stringe forte la mano e gli dice: “Non preoccuparti, tanto dura un attimo”. I soldati sparano in aria. I prigionieri vengono rimandati in cella. E poco dopo trasferiti: mio nonno a San Vittore, Empidonio Chendi a Mauthausen, dove morirà.

A San Vittore mio nonno sta al sesto raggio, cella 76 – tornò a visitarla poi, ma il carcere è stato ristrutturato e la cella non è più com’era. Finiscono gli interrogatori, ma si trova in isolamento, in una cella che misura i 7 passi avanti e i 7 indietro che scandiscono le sue giornate. Il tempo scorre, immobile, fino a una mattina di marzo in cui dalla città arriva un silenzio irreale, non sferraglia nemmeno il tram: i prigionieri capiscono che è lo sciopero generale e da alcune celle si intona Bandiera Rossa. E poi, mio nonno riesce a ricevere una minuscola edizione Hoepli della Divina Commedia, stampata in carta di riso: in carcere è proibito leggere, perciò la nasconde sotto il pagliericcio, ma la legge ogni giorno. E qui mi citava sempre i versi: “libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta”. Li pronuncia Catone, nel Purgatorio, ma fino a quando non li ho letti anche io ho sempre pensato che fossero in prima persona, tanta era l’enfasi che su quella ricerca di libertà veniva posta nel racconto.

Mio nonno uscì dal carcere qualche mese dopo, grazie a sua nonna Orsola, che poiché era nata nell’Impero austroungarico parlava perfettamente tedesco e si recò dai nazisti a chiedere che liberassero quello che lei presentava come un ragazzino traviato dalle cattive compagnie. Appena uscito riabbracciò sua mamma Nina, a cui erano diventati bianchi i capelli prima nerissimi, e riprese i contatti con la resistenza, entrando nella 128esima brigata SAP, che operava a Sesto e in Brianza ed era collegata alla Breda. Mio nonno prese il nome di battaglia Marco e andò a vivere vicino a Missaglia, un po’ per sicurezza sua, un po’ della sua famiglia – mentre era in carcere infatti i nazisti avevano convocato in caserma sua sorella Wanda, sperando di ottenere informazioni. Inizia un periodo intenso di comizi volanti, armi da recuperare, logistica da fornire ai partigiani clandestini e ai GAP, manifesti da attacchinare. Mio nonno non era ricercato, quindi poteva muoversi più liberamente e, ricordava sorridendo, spesso con qualche ragazza con cui facevano finta di essere una coppia per essere pronti a coprire i manifesti fingendo di baciarsi contro un muro.

Una vita così, fino alla Liberazione, passata in uno stanzone della Breda, dove tenne il suo primo comizio, agli e alle operaie presenti, perché, in quanto studente liceale, era uno che aveva studiato. Tanto che un operaio, ridendo, gli disse: “Ti che te see un intellettuale, vieni qui e scrivi: ‘Qui si prendono le iscrizioni al Partito Comunista!’”. E così, diceva, iniziavo la mia carriera politica.

In mezzo a tutto questo fece l’esame di maturità da privatista e i suoi professori del Carducci lo accolsero “severi come sempre”, ma il professore di italiano, Augusto Massariello, gli chiese di parlare di Dante. Più tardi mio nonno scoprì che faceva parte del CNL e che dopo il suo arresto aveva nascosto i suoi temi, considerati un po’ compromettenti.

Non parlo spesso di mio nonno in pubblico, per una sorta di pudore che mi frena. Ma anche perché non è facile esporre allo sguardo e al giudizio una persona che hai amato e che, cosa più importante, ti ha amata. Il personale è politico, certo, ma non sempre è facile tradurre il personale nel politico e non sempre ho la forza necessaria a tenere i due ambiti separati quel tanto che basta a proteggere quell’amore e quello che l’ha nutrito. Altri occhi vedono cose diverse, altre voci raccontano altre storie, ma una parte di me le copre con una voce, quella di mio nonno, che canta l’opera e le canzonette in mezzo al mare.

Lo ho fatto ora, raccontando un pezzo della “favola bella”, che in questo caso non è un’illusione, ma un frammento della Resistenza. La chiamo favola perché, in qualche modo, per me nasce così: come una fiaba, da farsi raccontare mille volte, chiedendo “ricomincia da capo” appena finiva in modo da poterla sapere quasi a memoria, rimasticandosela in bocca. È una storia di Resistenza piccola, di un diciassettenne che prende in mano le armi solo per consegnarle e per spararsi in un piede il giorno della Liberazione, nel mezzo della Breda, ma è una storia che ha cambiato un mondo, il mio, che non sarei la stessa se non avessi potuto ascoltarla.

E lo faccio ora, mentre si avvicina un 25 aprile in cui non potrò attraversare le strade di Milano in un ricordo che diventa anche un modo per tracciare nuove vie nella città, per scoprire nuovi sensi di appartenenza e per ritrovare facce e corpi con cui sentirsi davvero insieme. E lo faccio perché in questi giorni riscopro il senso di quella libertà dantesca che vo’ cercando e quel “come sa chi per lei vita rifiuta”: non si trattava, nella favola bella che tanto mi affascinava, di eroismo, come può sembrare, né di sprezzo della vita in nome di una bella morte, ma di una scelta forte, di dichiarare che la vita non è un valore di per sé, ma lo diventa se degna di essere vissuta. E per questo, anche se questa emergenza non ha nulla di una guerra e men che meno del pericolo di un nemico che tortura e imprigiona, mi ri-racconto questa storia per ricordarci che sì, ci vogliamo vive, ma anche libere e felici, chiedendoci che “mondo da guadagnare” vogliamo costruire insieme.

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