Trump e l’antimperialismo

dalla redazione de “l’AntiDiplomatico”*

*con questo editoriale inizia la collaborazione della redazione de “l’AntiDiplomatico” a “Cumpanis”

Ribadire che l’attuale inquilino della Casa Bianca, al pari dei suoi predecessori, rappresenti semplicemente gli interessi del tracotante imperialismo nordamericano può apparire un esercizio inutile, superfluo, non necessario.

Eppure, non sono pochi i sostenitori di una certa vulgata che vuole Donald Trump come un presidente arrivato in quel di Washington sulla scorta di un grande supporto popolare, contro la volontà delle élite e del cosiddetto deep state. Per questo l’onda tellurica delle forti proteste provocata dal brutale omicidio del cittadino afroamericano George Floyd, avvenuto per mano della polizia a Minneapolis, sarebbe una sorta di rivoluzione colorata nella patria delle rivoluzioni colorate organizzate all’estero, per disarcionare il tycoon newyorchese. 

Ad onor del vero una certa discontinuità c’è stata. Ma questa è ravvisabile esclusivamente nel campo semantico. Di fatti concreti nemmeno l’ombra. Donald Trump si è limitato a vuoti proclami. L’ultimo esempio lo abbiamo avuto in occasione del discorso di fine anno, tenuto dal presidente, presso l’accademia militare di West Point. Davanti agli allievi Trump ha dichiarato: «Il compito del soldato statunitense non è ricostruire le nazioni straniere, ma difendere e difendere con forza la nostra nazione dai nemici stranieri. Stiamo concludendo l’era delle guerre senza fine», e poi: «Non siamo il poliziotto del mondo». 

A questo punto una domanda sorge quasi spontanea: gli Stati Uniti possono davvero smettere di fare il poliziotto del mondo? La risposta è no. Glielo impedisce la natura egemonica degli stessi Stati Uniti. Per mantenere l’egemonia, gli Stati Uniti devono espandere la propria influenza all’estero. Pertanto, il ruolo degli Stati Uniti come poliziotto del mondo è una parte, persino un simbolo, dell’egemonia degli Stati Uniti. Finché gli Stati Uniti rimangono una potenza egemonica o cercano di restarlo, le sue azioni da poliziotto del mondo non cambieranno. Gli Stati Uniti possono ritirare tutte le loro truppe dall’estero? Gli Stati Uniti rinunceranno ai loro tentativi di incitare colpi di stato, guerre economiche o militari in altri paesi? La risposta è sicuramente “no”.

Pertanto, è improbabile che gli Stati Uniti abbandonino il loro status di poliziotto del mondo. Trump stava solo facendo chiacchiere vuote a West Point.

Trump e il regime USA

Regime”. Questo termine negli ultimi anni è molto in voga tra il personale politico e i giornalisti occidentali. Viene di norma utilizzato in maniera dispregiativa nel definire alcuni paesi ‘scomodi’ per l’agenda imperiale di Washington. La definizione come regime di norma precede l’ondata destabilizzatrice che andrà ad abbattersi sulla vittima designata dagli Stati Uniti. La “più grande democrazia del mondo”, per antonomasia. Poco importa che, in realtà, chiunque governi in quel di Washington, di democrazia negli Stati Uniti non se ne veda affatto.

Per un vecchio retaggio ideologico risalente ai tempi della Guerra Fredda, si tende a far collimare perfettamente la democrazia con il regime liberal-capitalistico. A causa di questa narrazione distorta, ogni sistema politico che si discosti dai classici canoni liberali, viene bollato senz’appello come autoritario, antidemocratico o dittatoriale, a seconda delle esigenze ideologiche del momento. Nonostante balzi all’occhio, proprio nel regime liberale, un evidente deficit democratico.

L’implosione del blocco socialista ha inoltre palesato, con evidenza crescente, come il capitalismo liberato dalla cosiddetta concorrenza di sistema abbia potuto dare libero sfogo ai suoi istinti peggiori. A questo punto è abbastanza chiaro come il regime liberale, proclamato democratico tout court, si risolva in una serie di “universali procedurali”, sostanzialmente svuotati, per l’appunto esclusivamente formali. Architettura istituzionale congegnata appositamente per celare, dietro le sbandierate libertà, un potere in realtà oligarchico, dominato da potenti lobby, imprese economiche e media, di segno fortemente classista. Siffatto sistema politico è stato ben inquadrato dal politologo britannico, Colin Crouch, che utilizza il termine postdemocrazia per descrivere quei sistemi politici – liberali – formalmente regolati da norme democratiche che vengono, però, svuotate dalla prassi politica. «Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato – scrive il politologo nel suo libro Postdemocrazia – condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici».

Regime secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani: “Ordinamento politico, forma o sistema statuale o di governo: r. democratico, parlamentare, presidenziale; r. dei partiti, in cui hanno grande peso (ma minore che nella partitocrazia) i partiti politici; r. assembleare o di assemblea, in cui il potere risiede nelle assemblee parlamentari; più frequente nelle espressioni r. monarchico, assoluto, autoritario, dittatoriale, militare; quindi, assol., regime, stato o governo autoritario, e in partic. quello fascista (l’instaurazione violenta del r., le leggi del r.; profitti di r., v. profitto), o anche ordinamento che, indipendentemente dalla sua forma, ha impostazioni e tendenze autoritarie, oppressive (un governo democratico che si sta trasformando in regime)”.

Un termine abbastanza neutro che solo certa propaganda (liberale e liberista) in malafede ha trasformato in una sorta di clava mediatica da brandire contro i nemici degli Stati Uniti. Ma come anche uno studente al primo anno di scienze politiche sa, come abbiamo cercato in precedenza di mostrare, anche quello liberale è un regime. Quindi, nella definizione rientrano a pieno diritto anche gli Stati Uniti. Che alla Casa Bianca sieda Trump oppure Obama, nulla cambia.

Obama è uguale a Trump che è uguale a Biden che è uguale a un regime oligarchico. Non è una definizione nostra ma di Princeton, volutamente censurata dai poveri media nostrani (filo trumpiani e filo obamiani che poi sono due facce della stessa medaglia).

Nessuno sconto al regime di Trump e all’imperialismo statunitense

La brutale repressione delle proteste operata dalle forze di sicurezza del regime di Washington mostra il suo vero volto. Non importa se alla Casa Bianca vi sia un esponente repubblicano o democratico, se qualcuno osa alzare la testa e protestare subirà una repressione durissima. Dopo aver assistito alle scene brutali di questi giorni – la morte di George Floyd è solo l’ultima di una lunga serie di violenze razziali da parte delle forze di polizia –, è caduto per sempre il velo di Maia.

Il re è nudo e lo spettacolo è desolante per la sua brutalità.

Il re è nudo e non deve essergli più permesso di sindacare, con Ong di sua proprietà, sui diritti umani negli altri paesi.

Al contrario di quanto sistematicamente accade nei confronti dei paesi contro cui ha organizzato golpe, guerre economiche, guerre mediatiche e religiose. Al contrario di quanto fatto verso quei paesi contro cui ha finanziato e armato mercenari, terroristi e gruppi neo-nazisti, paesi vittime della brutalità statunitense come Siria, Iran, Venezuela, Russia, Cina non osano mettere in dubbio il principio cardine della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale: il rispetto della sovranità e la non ingerenza negli affari interni degli altri paesi.

In Italia si susseguono e si ripercorrono analisi e congetture anche tra chi, negli anni, ha giustamente criticato le barbarie degli Stati Uniti che meritano un approfondimento.

Al momento, in particolare, appaiono tre le tesi alla domanda: che cosa sta accadendo realmente negli Stati Uniti in questi giorni?

Vediamole con ordine.

Prima tesi. È un complotto ordito dal deep state per impedire la rielezione di Trump (presidente di un paese con oltre 40 milioni di disoccupati e con una gestione drammatica della pandemia Covid) e per oscurare la pubblicità del cosiddetto Obamagate.

Seconda tesi. Il movimento di proteste che si sta alimentando negli Stati Uniti è un moto rivoluzionario che dal basso sarà in grado di dare una spallata decisiva al sistema più diseguale, intollerante e criminale dall’epoca del nazismo ad oggi.

Terza tesi. Il movimento è un moto di ribellione frutto della legittima disperazione, ma disordinato e senza chiari obiettivi politici, che finirà nel nulla come nel caso di Occupy Wall Street.

Partiamo dalla prima tesi. La narrazione di fondo è così sintetizzabile: l’establishment statunitense avrebbe deciso di manovrare i manifestanti negli Stati Uniti per far fuori Donald Trump, un presidente che non sarebbe allineato ai desiderata del cosiddetto deep state. Insomma, il classico schema da rivoluzione colorata che gli USA impongono all’estero quando vogliono rovesciare un governo deciso a non piegarsi davanti alla tracotanza imperiale. E che, in questo caso, si sarebbero auto-prodotti.

La tesi parte da questo presupposto: il razzismo, l’intolleranza e gli abusi criminali della polizia degli Stati Uniti ci sono sempre stati, ma solo questa volta i media ne danno una copertura inusuale e sono proteste organizzate appositamente (o comunque non fronteggiate adeguatamente da governatori e sindaci democratici) perché alla prossima elezione trionfi Biden e venga oscurato il cosiddetto Obamagate, dopo il fallimento del cosiddetto Russiagate.

Fermo restando che dell’Obamagate ne daremo notizia in pochi comunque, moti o non moti negli Stati Uniti, la tesi che viene additata come complottista dal mainstream sembra oggettivamente sottovalutare alcuni aspetti rilevanti: se la forza propulsiva di cambiamento da parte di Trump c’è mai stata solo nelle intenzioni, almeno in politica estera, essa è finita con la rinuncia a Flynn e Tillerson. Da quando a prendere le decisioni sono (o sono stati) criminali di guerra come Pompeo, Bolton e Abrams (il peggio dei neo-con) la situazione è comparabile, se non a tratti peggiore del recente passato – pensiamo ad esempio all’illegale decisione su Gerusalemme, all’illegale sospensione del trattato Jpcoa con l’Iran e all’inasprimento da genocidio della guerra economica contro il Venezuela, senza dimenticare la crociata sinofobica che rischia di portare il mondo sull’orlo dell’abisso.

Quali sarebbero esattamente le mosse di Trump contrarie al cosiddetto deep state?

In Venezuela continua, ed è stata inasprita, la guerra multiforme contro la Repubblica Bolivariana. Nei giorni scorsi è stato sventato un assalto terroristico guidato da mercenari direttamente collegati al tycoon statunitense. Gli Stati Uniti hanno intensificato le sanzioni nonostante la pandemia avrebbe dovuto piuttosto portare a un allentamento di quelle misure che avrebbero potuto provocare una vera e propria strage, evitata solo grazie al sistema preventivo implementato dal socialismo bolivariano. Ma l’umanità e il buon senso non sembrano proprio albergare in quel di Washington.

Trump ha ordinato un raid dal sapore mafioso per l’omicidio del generale iraniano Soleimani. Con un drone gli USA hanno ucciso un eroe della lotta contro il terrorismo. Il vero architetto della lotta a spietate organizzazioni come l’ISIS che tanti lutti hanno provocato non solo in Medio Oriente. Anche nei confronti dell’Iran abbiamo assistito a una stretta sulle sanzioni per soffocare l’economia di Teheran. L’Iran è stato uno dei primi paesi ad essere colpiti in maniera pesante dal Covid-19. La Repubblica Islamica, però, ha saputo brillantemente superare anche questa prova.

Nei rapporti con la Russia, le sanzioni contro Mosca, le questioni Ucraina (dove i neo-nazisti continuano indisturbati) e Crimea, nemmeno vediamo come e dove Trump abbia preso iniziative contrarie all’establishment statunitense. Per non parlare poi della Cina. Contro Pechino la retorica è ormai bellicosa e ogni giorno si cerca lo scontro aperto con Pechino. Anche qui emergono nitidamente – insieme alla sinofobia dilagante – le idee suprematiste che muovono le azioni di Trump e della sua cricca, a partire da Mike Pompeo.  

Se poi è vero che la stampa mondiale preferisca Biden che darebbe quel velo liberal ai crimini degli Stati Uniti e una “propaganda più pulita”, l’“eccessiva copertura” è sbilanciata sui pochi casi di saccheggi e non sugli abusi della polizia e sulle manifestazioni pacifiche. Insomma, un eccesso di copertura “filo Trump”. Del resto, che l’attuale amministrazione Usa e i giornali Fiat la pensino allo stesso modo su tutto è un dato fattuale inoppugnabile.

Andiamo ora alla seconda tesi e saremo altrettanto crudi. Non sembra affatto che nelle città degli Stati Uniti emerga nulla di comparabile a qualcosa che possa portare un reale cambiamento e scuotere alle fondamenta il regime neo-liberale che domina negli Stati Uniti. Al contrario, si stanno sviluppando sommovimenti, del tutto legittimi, ma disordinati e che rischiano di essere prima brutalmente repressi (come sta avvenendo in questi giorni) e poi fatti cadere nel dimenticatoio senza aver sedimentato nulla di politico.

Perché di politico, al momento, c’è veramente poco e non si intravede un progetto per un’alternativa ai milioni e milioni di disperati schiacciati dalle gabbie del neo-liberismo.

Se l’offerta che il regime propone è quella “democratica” del voto tra due facce della stessa medaglia (Trump o Biden), il tavolo va totalmente rovesciato. Come? L’autoproclamazione di Sanders a presidente in una pubblica piazza sarebbe una bella pena del contrappasso dell’imperialismo di Trump. Ma, più realisticamente, pretendere, inizialmente, una riforma totale di un sistema elettorale di un paese che si autodefinisce “democrazia” e che permette di fare politica solo attraverso milioni di dollari elargiti da chi poi prenderà tutte le decisioni. Che vincano i democratici o i repubblicani poco conta. Pretendere, poi, un terzo candidato alle elezioni di novembre che rappresenti il movimento di protesta e che abbia le stesse identiche possibilità di accesso ai mezzi di comunicazione e alle risorse degli altri due. Questa sarebbe la prima proposta concreta politica che sedimenterebbe la protesta. Abbattere statue simboli del passato criminale non basta e resta un esercizio vuoto se non si conquista il diritto di erigere nuovi simboli.

Il grande teorico politico Sheldon Wolin, in ritardo, aveva già compreso tutto in un libro pubblicato per la prima volta nel 2008: si tratta del Totalitarismo invertito”. Scrive un acuto analista come Pepe Escobar. 

Wolin ha mostrato come le forme più crude di controllo – dalla polizia militarizzata alla sorveglianza totale, così come la polizia che si trasforma in giudice, giuria e carnefice, ora una realtà per le classi dominate – diventeranno una realtà per tutti noi se dovessimo iniziare a resistere al continuato incanalamento di potere e ricchezza verso l’alto”.

Siamo tollerati come cittadini solo finché partecipiamo all’illusione di una democrazia partecipativa. Nel momento in cui ci ribelliamo e ci rifiutiamo di prendere parte all’illusione, il volto del totalitarismo invertito assumerà il volto dei sistemi passati del totalitarismo”, ha scritto.

Sinclair Lewis (che non ha detto “quando il fascismo arriverà in America, verrà avvolto nella bandiera e sventolando la croce”) in realtà scrisse, in It Can’t Happen Here (1935), che i fascisti americani sarebbero stati coloro che “avrebbero rinnegato la parola ‘fascismo’ e predicato la schiavitù del capitalismo sotto lo stile della libertà costituzionale e tradizionale americana”.

Quindi, quando accadrà, il fascismo americano camminerà e parlerà americano”.

Negli Stati Uniti, è bene ricordare, non esiste purtroppo alcuna organizzazione di massa che possa aiutare i lavoratori a migliorare la propria condizione, a coordinare un lavoro che andrebbe fatto a livello nazionale per l’agitazione, la richiesta di espropriazione collettiva e la socializzazione della proprietà dei mezzi di produzione economica. Insomma, siamo ben lontani da una rivoluzione sociale nella patria del capitalismo.

Restiamo pessimisti sulle concrete possibilità che questo avvenga, ma pronti con gioia a smentirci in caso dovessimo essere contraddetti. Al momento rimane, quindi, dal nostro punto di vista, la terza ipotesi la più probabile. E il rischio che, tra brutale repressione e saccheggi veri o presunti, il movimento nato dalla disperazione legittima e dalla sana rabbia verrà ricordato come l’ennesimo effetto collaterale di un regime brutale, è purtroppo alto.

Cosa è rimasto di politico negli Stati Uniti del resto del Movimento Occupy Wall Street? Nulla. Obama, nonostante il movimento di protesta disordinato e senza sedimentazione politica che si sviluppò nel 2011, verrà ricordato per i golpe contro Honduras, Paraguay, Brasile; per le guerre economiche contro Cuba, Venezuela, Nicaragua; per le nuove e vecchie guerre contro Afghanistan, Iraq, Siria, Libia. Per il golpe di Maidan in Ucraina, per il terrorismo attraverso i droni contro decine di paesi del mondo arabo e asiatico. E stiamo facendo torto alla famigerata lista di Obama.

Pensare ad una rivoluzione colorata del deep state contro Trump (prima tesi) non è solo del tutto fuorviante, ma distoglie l’attenzione dalla vera posta in gioco: Biden non sarebbe un presidente migliore dell’attuale, come quest’ultimo non è stato migliore di chi li ha preceduti e così via.

Negli Stati Uniti è l’intero sistema ad essere marcio sin dalle sue fondamenta.

L’emblema dell’imbroglio liberale deve essere rovesciato per sempre e per farlo non bastano proteste disordinate, ma organizzazione politica, un’alternativa socialista (tesi 2) e anti-imperialista. Come insegnano, da Maduro ad Assad fino a Rohani e Xi, tutti quei leader mondiali che oggi si trovano a combattere contro i crimini di Trump, che sono gli stessi di Obama, che sono gli stessi di Bush figlio, che…

«Che questo sia l’inizio di una nuova ondata della lotta di liberazione globale!

Ora sempre più persone possono finalmente vedere ciò che pochi di noi hanno ripetuto per anni: il mondo intero ha il collo schiacciato dallo stivale degli Stati Uniti. Il mondo intero ‘non riesce a respirare!’. E il mondo intero deve lottare per il suo diritto di poter respirare!».

Conclusione: perché negli Stati Uniti non è in corso una rivoluzione colorata

In uno dei suoi ultimi articoli-saggi, il filosofo documentarista Andre Vltchek, autore con Noam Chomsky del celebre Terrorismo occidentale, pone la parola fine sul dibattito “rivoluzione colorata negli Stati Uniti”. Dopo aver passato in rassegna le principali azioni di interferenza illegale degli Stati Uniti in decine di teatri (la maggior parte coperte in prima persona), l’intellettuale sostiene a ragione secondo noi – di eliminare dal dibattito lo stesso termine perché causa di voluta confusione. In Siria, sostiene, non è stata una rivoluzione colorata, ma una guerra per procura con l’occidente che ha armato, finanziato e sostenuto terroristi per abbattere un governo che non si piegava ai diktat di Washington. In Venezuela, prosegue Vltchek, abbiamo assistito a vari colpi di stato e ad una criminale guerra economica per abbattere un governo che non si piega ai diktat degli Usa e non a una rivoluzione colorata. E così via.

Quindi, cosa sta accadendo negli Stati Uniti? Alla domanda Vltchek risponde sottolineando come le lotte, oggi, delle fasce schiavizzate negli Stati Uniti sono le lotte di secoli di oppressioni coloniali che finalmente raggiungono la madrepatria. Sono ancora alla fase embrionale e come dicevamo in precedenza probabilmente non sfoceranno in un movimento politico coordinato – anche per i sabotaggi in corso da parte del partito democratico – ma non per questo non vanno apertamente sostenute fiduciosi. Scrive Vltchek: “Ora, veniamo al punto che sollevano coloro che stanno cercando di screditare questa rivolta: si tratta di una lotta di potere all’interno dell’establishment degli Stati Uniti? I democratici, ad esempio, stanno cercando di manipolare la situazione, sfruttandola a loro vantaggio? Non ho dubbi sul fatto che ci siano tali tentativi. Quasi tutti negli Stati Uniti usano sempre le cose per trarre vantaggi a loro stessi. È quello che alle persone viene insegnato di fare, vivendo in un selvaggio sistema capitalista. Ma questi sono due problemi distinti! Anche se Gates, Soror, stato profondo, democratici, mezzi di comunicazione di massa, e chissà chi altro, vogliono rapire la narrazione e far deragliare la rivolta, non cambia nulla sul fatto che i popoli, le cui vite sono state, per generazioni, rovinate, siano oggi furenti e che la loro ribellione potrebbe scuotere le basi dell’intero paese e il terribile ordine mondiale!”.

La lotta per la giustizia e l’emancipazione negli Stati Uniti è legittima perché combatte non solo il razzismo (lotta normalizzata e resa “di moda” dalla macchina del politicamente corretto in mano alle corporazioni mediatiche) ma anche il colonialismo e l’imperialismo di Trump, che era lo stesso di Obama e che sarebbe lo stesso con Biden. Chi ancora fa finta di non vedere quale sia l’avversario da combattere è anche lui l’avversario da combattere.

thAndre Vltchek

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