Segnali di guerra: che fare?

di Fausto Sorini, segreteria nazionale PCdI, responsabile esteri

khAyKvMtERkAhTB-800x450-noPadSiamo in presenza di una escalation terroristica a livello internazionale che in queste ore ha visto un pericoloso innalzamento.
Essa è volta a creare nell’opinione pubblica europea e occidentale una atmosfera di paura e di insicurezza, che giustifichi poi atti di guerra da parte degli USA e della NATO, presentati come interventi “necessari” per proteggere la sicurezza dei popoli europei.
Gli incendiari appiccano il fuoco: poi si presentano come pompieri.
I settori più oltranzisti del capitalismo USA non si rassegnano al fatto che viviamo ormai in un mondo in cui gli Stati Uniti devono convivere con pari dignità con altri Paesi e regioni emergenti del mondo (Russia, Cina, India, Brasile, Sudafrica..) e non possono più farla da padroni.

Questi ambienti USA, insieme all’Arabia Saudita, hanno creato l’ISIS e finanziato il suo esercito di 50.000 uomini.
Esso è composto da fanatici (armati con le armi più moderne) che odiano la convivenza pacifica dell’Islam con le altre civiltà, cui aspirano anche la quasi totalità delle popolazioni e delle comunità islamiche.
Essi vengono usati per spaventare coi loro atti criminali sempre più sanguinosi i popoli europei. Per convincerli che solo una guerra generale guidata dagli USA e dalla Nato può riportare sicurezza nel mondo.
Contemporaneamente gli USA e la Nato stanno spingendo ad una crescente contrapposizione poltico-militare contro la Russia di Putin (e contro la Cina), indicati non come paesi con cui cooperare, ma come nuovi nemici da combattere (a questo serve la crisi Ucraina, che ha portato al potere nel cuore dell’Europa un governo nazista, col sostegno USA e UE).

La NATO prepara per il prossimo autunno – ai confini della Russia – le più grandi esercitazioni militari dalla fine della seconda guerra mondiale. Esiste il fondato pericolo che i fautori di quella “terza guerra mondiale” di cui parla anche il Papa, provochino un incidente militare e una escalation militare tra la Nato e la Russia: essa coinvolgerebbe anche il nostro Paese (che continua a far parte della Nato).
Il corto circuito tra ISIS, esplosione incontrollata dell’immigrazione e incidenti militari che portino ad uno scontro Nato-Russia, può determinare un scenario da guerra globale.
Cosa possiamo fare in Italia – nel limite delle nostre forze – per contribuire a scongiurare o limitare il pericolo che il nostro Paese possa essere coinvolto in una nuova guerra devastante e auto-distruttiva?

La prima cosa è trasmettere alla nostra gente, per lo più ignara e disinformata, la percezione del pericolo. Che viene nascosto dai grandi mezzi di informazione.
Come?
Facciamo leva sulla coraggiosa denuncia lanciata da Papa Francesco: una delle voci oggi più ascoltate nel nostro Paese.
Utilizziamo e sosteniamo la campagna in corso NO GUERRA NO NATO, che ha già coinvolto oltre 10.000 persone attive.

Lavoriamo in ogni territorio perchè le informazioni che vengono trasmesse dal Comitato promotore di questa campagna giungano al maggior numero di persone: attraverso i volantini diffusi in PDF e i moduli per la raccolta di firme ( noguerranonato.it ).
Utilizziamo tutti i contatti che ognuno di noi ha in rete, per moltiplicare la diffusione di una informazione adeguata.
Se 1.000 persone diffondono in modo sistematico una informazione appropriata ad altri mille contatti ciascuno (a partire da quelli raggiungibili sul proprio territorio) nel giro di poco tempo almeno un milione di persone possono essere coinvolte: in modo capillare, personale, con un contatto diretto.
Un milione di persone informate è già una buona base da cui partire per proporsi obbiettivi più ambiziosi.

Un milione di persone significa due cittadini adulti ogni 100: significa proporsi di raggiungere in modo continuativo 2000 persone in una città o in un quartiere di 100.000. Duecento in un comune di 10.000.
Non sono cifre impossibili, se si recupera appieno uno stile di lavoro come abbiamo imparato dalla nostra migliore tradizione.

Bisogna stare coi piedi per terra: lavorare sulle cose possibili.
Lavoriamo perchè nel maggior numero possibile di comuni italiani sorgano comitati contro la guerra capaci di coordinare questa campagna di informazione popolare. E se le cose dovessero precipitare, facciamo sì che essi siano un punto di riferimento per ogni evenienza.
Siamo persuasi che in ogni comune italiano esiste almeno una persona capace di raccogliere questo appello e di trasformarlo in un fattore di organizzazione. A queste persone – compagne/i, ma non solo – prima di tutto ci rivolgiamo in queste ore di forte inquietudine per le sorti della pace e per il destino del nostro Paese.

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