La centralità del lavoro nella ricostruzione del partito

di Alessandro Monti Comitato Centrale Pci
immagine-lavoro-operai-in-fabbricaLa ricostruzione di un partito comunista in Italia è un compito sicuramente difficile ed il cui esito non è affatto scontato, seppur in una condizione economica, politica e sociale talmente disastrosa da far ritenere che mai come oggi sarebbe necessaria una sinistra anticapitalista, antiliberista e di classe ed un forte Partito comunista come l’Italia ha conosciuto fino alla svolta di Occhetto nel 1989, quando il PCI aveva consentito che la libertà, la democrazia, la difesa della Costituzione fossero capisaldi del nostro Paese, con i lavoratori e le lavoratrici protagonisti di straordinarie stagioni di emancipazioni e conquiste dei diritti ottenuti a prezzo di dure lotte politiche, sindacali e sociali.
Perché in fondo, tutto dovrebbe ripartire da li: dal lavoro e dai lavoratori, dal conflitto mai risolto anzi, se possibile, ancor più esasperato, tra capitale e lavoro, dove, nello scontro di classe che ancora esiste e forse non è mai stato così aspro, la vittoria è oggettivamente riconducibile alla classe padronale, al grande capitale, a discapito di chi vive del proprio lavoro, di chi un lavoro non ce l’ha e forse non lo avrà mai, dei pensionati alla fame, dei giovani precari.
Analizzando in questo senso alcuni dati proprio a partire dalla mia regione, si può constatare che non sono di certo confortanti i dati sull’occupazione che arrivano dall’Osservatorio Inps: il mercato del lavoro in Piemonte è in flessione e ha fatto un salto indietro di due anni. Si tratta di un vero e proprio allarme, soprattutto se si pensa che il Piemonte è la peggior regione di tutto il nord Italia. Come se non bastasse, nei primi sei mesi del 2016 l’economia piemontese ha generato l’11% in meno di contratti di vario tipo rispetto allo stesso periodo del 2015: un dato che conferma un trend estremamente negativo e allarmante.
Scendendo nel dettaglio, analizzando i primi sei mesi di quest’anno, solo il 21% delle assunzioni è a tempo indeterminato. Questa condizione ovviamente non fa altro che aumentare la condizione di precariato, con i datori di lavoro sempre meno spinti a “bloccare” un proprio dipendente, anche in virtù del ridimensionamento degli incentivi al lavoro introdotti dal Governo.
I contratti a tempo determinato risultano invece stabili. Particolarmente drammatica la situazione relativa all’utilizzo dei voucher. Nel primo semestre del 2016 sono addirittura 5,8 i milioni di tagliandi nominali dal valore di 10 euro venduti. Un numero impressionante da tenere d’occhio, con i sindacati che spesso denunciano situazioni ai limiti della legge. Insomma, nel 2016 il posto fisso in Piemonte rappresenta un vero e proprio miraggio, condannando giovani e meno giovani ad un destino praticamente irreversibile di precarietà e povertà.
Insomma, l’Italia è una Repubblica fondata sui voucher. Il cui abuso gonfia i dati sull’occupazione, visto che chi viene retribuito con i buoni da 10 euro che sulla carta dovrebbero servire solo per pagare prestazioni di lavoro occasionali, viene considerato a tutti gli effetti fuori dalle fila dei disoccupati. Tra gennaio e luglio di quest’anno, stando all’ultimo Osservatorio sul precariato dell’Inps, ne sono stati venduti 84,3 milioni, con un incremento del 36,2% sullo stesso periodo del 2015.
Credo che da qui, dal lavoro e dalla difesa della Costituzione che cita proprio nel primo articolo che “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, occorra ripartire per ricostruire un partito.
La sfida è quella di attraversare il nostro territorio e collegare nei prossimi due mesi la lotta per il NO al referendum costituzionale con la battaglia sul lavoro e contro in Job Act.
Promuoviamo iniziative anche non da soli, con quei soggetti politici e sociali che pensano, come noi, che le due questioni sono imprescindibili per garantire la democrazia nel nostro paese
Il nostro deve essere un partito aperto, al proprio interno e all’esterno, dove tutti possono sentirsi a casa. Confrontarci, avere visioni anche diverse sulle grandi questioni, magari litigare, ma poi trovare la sintesi unitaria che ci faccia procedere uniti verso il comune obbiettivo.
Dobbiamo chiamare al lavoro quei compagni che tanto sanno e che tanto hanno fatto nella loro militanza, senza paura, con spirito libero ed aperto al confronto, utilizzando i mezzi di comunicazione e di propaganda che hanno segnato importanti momenti di approfondimento e di confronto, oggi come nel recente passato.
Dobbiamo muoverci nel solco tracciato dal congresso, con un impianto teorico e politico di tipo marxista e leninista, consapevoli che siamo pochi ma abbiamo dalla nostra la tenacia e la convinzione che siamo nel giusto e lavoreremo per quello.
Dobbiamo consegnare ai giovani compagni e alle giovani compagne la possibilità di contare e incidere nei luoghi di decisione e di direzione politica delle sezioni e delle federazioni, ascoltarli, capirli, ma anche indicare gli errori e contrastarne insani protagonismi che non servono a niente, perché non basta essere giovani per avere sempre ragione ed essere sempre dalla parte giusta.
E poi dobbiamo studiare, perché la società contemporanea è profondamente cambiata e noi non siamo riusciti a capire questi cambiamenti ed ora, seppur in ritardo, dobbiamo provare a superare questa difficoltà.
Insomma, dobbiamo tornare a lavorare tenacemente.
Non da soli, non per noi soltanto, ma per il mondo che vogliamo cambiare.
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