Sierra Leone, nelle mani delle donne

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Un paese piccolo, grandi storie custodite negli occhi e nelle mani delle donne che qui, come in altre parti del mondo pagano il prezzo più caro della povertà.

Il reportage di Laura Salvinelli

La Sierra Leone è un piccolo Paese conosciuto per grandi storie: la guerra civile, la produzione dei diamanti insanguinati, i bambini soldato (di cui il 30% bambine), l’Ebola, per ultima l’alluvione catastrofica dello scorso agosto. La guerra civile dal 1991 al 2002 ha fatto 75.000 morti, mezzo milione di sfollati e un numero incalcolabile di feriti e mutilati. L’Ebola ha mietuto più vittime in quella piccola nazione che nel resto del mondo. Eppure c’è qualcosa di invisibile, una storia non considerata grande, che uccide molto più della guerra e dell’epidemia: la povertà. In Sierra Leone – 181esima su 186 posti nella graduatoria dell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite – il 57% della popolazione vive con poco più di un dollaro al giorno, l’aspettativa di vita è di 50 anni, 161 bambini su 1.000 muoiono prima di raggiungere i 5 anni di età, 1 donna su 100 muore partorendo. Come sempre, a pagare il prezzo più alto per la miseria e le emergenze sono le donne. Come dappertutto, sono le donne a portare la maggior parte del peso delle famiglie e dell’economia dei paesi poveri sulle loro spalle. Per questo credo sia giusto raccontare le piccole e grandi storie dalla loro prospettiva.

La tradizione del lavoro delle donne sierraleonesi risale ai tempi antichi. Nel suo libro Ancestor Stones del 2006 – edizione italiana Le pietre degli avi (Feltrinelli, 2007) che sarebbe stato corretto tradurre delle ave, visto che le pietre, tramandate da madre a figlia, sono gli spiriti delle antenate – la scrittrice di origine sierraleonese Aminatta Forna racconta che cinque secoli fa una caravella battente la bandiera del re del Portogallo doppiò la curva del continente. Dopo un lungo periodo di bonaccia i venti ne ebbero pietà e la spinsero a sud-est verso la costa. Il capitano vide una serie di porti naturali e la ormeggiò. Quando i marinai si trascinarono a riva piegati dalla fame e con i capelli arricciati dallo scorbuto, non poterono credere ai loro occhi. Immaginatevi: manghi succulenti, esplosioni di carambole, avocado grandi come teste d’uomo. Pensarono di aver trovato il Giardino dell’Eden, e forse lo era, ma un Eden creato non dalle mani di Dio, bensì da quelle delle donne.

A. e M., entrambe 34 anni, sono due delle donne che custodiscono la memoria delle tenebre della guerra civile. La loro storia è la stessa, detta a due voci. Racconto con poche parole l’orrore non solo perché bisogna sapere e non dimenticare mai, ma anche per esprimere la più profonda ammirazione di fronte alla resilienza di queste donne. Oltre agli stupri usati come arma durante tutta la guerra civile, quando i ribelli occuparono Freetown rapirono centinaia di ragazze e le trascinarono nel loro inferno. Le ragazze furono stuprate in branco ripetutamente, drogate, costrette a far da serve, a prendere le armi, a partecipare alle più ferine atrocità contro le loro comunità. Molte furono uccise. Partorirono i loro figli in prigionia, dove rimasero da 1 a 3 anni, fino alla fine della guerra.

M.: “il 6 gennaio 1999 i ribelli entrarono a casa mia e chiesero una ragazza. Io ero l’unica ragazza in casa e fui portata via, con mia madre che piangeva. Mi stuprarono in gruppo ripetutamente. Mi fecero prendere le armi. Dovevo servirli, cucinare, portare i pesi durante i continui spostamenti. Partorii. Riuscii a scappare solo dopo più di un anno. A mia figlia ho detto che suo padre è morto. Ora sono sposata, ho un figlio di 2 anni. Purtroppo mio marito è a disagio con mia figlia e questo mi fa soffrire molto”.

A.: “sono scappata insieme a M. Lo shock peggiore è stato nel momento in cui sono tornata a casa, quando ho scoperto che mio padre e mia madre erano stati uccisi mentre erano alla mia ricerca, e i miei fratelli mi hanno ripudiata chiamandomi ribelle. Anche mia figlia è stata insultata ripetutamente a scuola, fino a quando, a 7 anni, mi ha chiesto il perché. Le ho raccontato la verità ma lei non mi ha voluto credere, anche perché mio marito è paterno e premuroso con lei come con nostro figlio di 7 anni. Ma penso che sappia. Quando sento sparare durante le esercitazioni militari, che sono soprattutto notturne, salto su dal letto pensando all’arrivo dei ribelli in città. Ho riconosciuto per strada un paio dei miei stupratori. A volte qualcuno mi chiama ancora al telefono”. Il numero dei bambini soldato della guerra civile sierraleonese è stimato tra 10.000 e 30.000. Il 30% erano bambine e ragazze come A. e M., che quando furono rapite avevano 16 anni.

Monjama Frances Musa, 26 anni, vive col marito, cinque figli, di cui uno adottato, la cognata e suo marito, in una casetta di zinco con una gran vista sull’oceano ma senza acqua corrente né bagno. Per i bisogni gli abitanti dello slum di Goderich in cui vive usano la spiaggia. “Sono molto fortunata. Grazie a Emergency sono guarita dall’Ebola mentre il virus si portava via mio padre, mio fratello e mia sorella, e sono anche stata assunta come cleaner all’ospedale. Mentre l’uomo che mi ha contagiata, che assistevo ignara del pericolo, ha perso tutti. Mi ero ammalata, sapevo di aver trasmesso il virus a mio marito, che poi è sopravvissuto, a mio fratello e a mia sorella, vedevo andarsene via talmente tante persone che a un certo punto pensai che per me sarebbe stato meglio morire che vivere. Ma il bravo dottor Michael Mawanda mi ha incoraggiata, ed eccomi qui. La malattia era ancora più grave per lo stigma che creava, che c’è ancora. Quando ci siamo ammalati siamo stati cacciati di casa e mio marito, un falegname, è stato licenziato. La ditta cinese per cui lavorava ancora rifiuta di riassumerlo. Quindi col mio stipendio mensile di 600.000 Leone (77 Euro) ci viviamo in 7”.    

Beatrice Godwin, 45 anni, è una delle donne del mercato di Freetown, le regine indiscusse dei mercati che sostengono con la loro fatica le famiglie numerose, spesso da sole. Vive con la famiglia (sono in 6) nello slum delle “Shallow Waters” (acque basse), in una stanza di 3 metri per 4 col tetto di zinco, con la parete che li separa dai vicini che non arriva al soffitto, senza acqua corrente né bagno. Anche loro per quello usano la spiaggia. “Ho messo al mondo 6 figli e da quando mio marito se n’è andato, 20 anni fa, li ho cresciuti da sola. Una figlia morì a 12 anni. Si ammalò, la portai in un ospedale del governo ma non fui in grado di pagare le cure e tornò al creatore. Non credo negli spiriti degli antenati, ma nell’ospedale gratuito per tutti. Mi sveglio tutti giorni alle 4 del mattino e vado in spiaggia per l’arrivo delle barche dei pescatori. Prendo il pesce a credito, lo affumico e lo rivendo nei mercati. Il guadagno è scarso, a volte va male e ci rimetto. Verso le 4 o le 5 del pomeriggio per circa un’ora e mezza cucino cibo delizioso per i miei e per dei vicini, in tutto 12 persone. Possiamo permetterci di mangiare solo una volta al giorno. Cucino foglie di cassava e di patata, zuppa di verdure, riso, pesce, salsa di cipolle fritte. Mia figlia maggiore si occupa del bucato e con mio figlio delle pulizie di casa. Alle 8 vado a letto. Anche la notte è dura: il tetto di zinco nella stagione delle piogge perde acqua e bisogna trafficare con i secchi. Entrano correnti d’aria, può far freddo o molto caldo. C’è sempre un gran rumore”. Beatrice mi parla con voce roca, affaticata ma dolce come il miele. Mentre la fotografo mi sento al cospetto di Mamma Africa.

Aminatta Forna nel suo libro del 2010 The Memory of Love – edizione italiana Il ricordo dell’amore (Cavallo di ferro, 2014)  ambientato in un ospedale, ringrazia per averle aperto le porte del mondo della chirurgia,+ quello stesso ospedale di Emergency a cui Monjama è grata e in cui Beatrice crede. Specializzata in chirurgia di guerra, dopo la fine della guerra civile Emergency ha deciso di restare in Sierra Leone prima per l’epidemia di Ebola, e poi per la guerra invisibile della povertà. Emergency rimane a Freetown col suo ospedale chirurgico – dove le 3 sale operatorie lavorano contemporaneamente giorno e notte, i 98 letti (compresi quelli per bambini) sono sempre occupati, nelle sale terapia intensiva, medicazioni e fisioterapia e nel pronto soccorso si trattano più di 100 pazienti al giorno – e quello pediatrico – dove si visitano 150 bambini al giorno – oltre ai posti di pronto soccorso di Waterloo e di Lokomasama. L’ospedale è una cittadella con la sua farmacia, i laboratori analisi, gli uffici amministrativi e logistici, la sartoria che produce tutta la biancheria e i camici dello staff, dei pazienti e delle mamme dei bambini, la lavanderia, la cucina, la falegnameria, l’officina riparazioni, il centro smaltimento rifiuti, i container di stoccaggio e i generatori. Le medicine e tutte le cure e i servizi – d’eccellenza secondo lo standard occidentale – sono completamente gratis.

Emergency è un’organizzazione indipendente che offre cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime della guerra e della povertà. Tra il 1994 e il 2016 ha curato oltre 8 milioni di persone.

Dal 2001 Emergency ha aperto il Centro chirurgico di Goderich, Freetown, in Sierra Leone, per curare le vittime di una guerra civile combattuta a colpi di machete. Con la fine dei combattimenti, il centro è diventato l’Ospedale chirurgico di riferimento del Paese. Nel 2016 sono stati ricoverati oltre 2.500 pazienti ed effettuati oltre 4.620 interventi chirurgici.

 

Foto di Laura Salvinelli

Donne con i loro figli e nipoti nell’area del triage dell’ospedale chirurgico e pediatrico di Emergency. Goderich, Freetown, Sierra Leone. 2017

Beatrice Godwin, pescivendola. Goderich Market, “Shallow Waters”. Freetown, Sierra Leone. 2017

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