Sul movimento comunista dell’UE: analisi del passato, stato delle cose e compiti per ora e per il domani

di Fosco Giannini

La nozione di “crisi del movimento comunista” è un’invenzione tipica della cultura dominante nei Paesi dell’occidente capitalistico. Tanto forte, in questi Paesi, è stata la spinta a trasformare questa falsa nozione in senso comune di massa, in falsa coscienza, quanto forte è stata e rimane la necessità delle classi dominanti capitalistiche di sorreggere il proprio potere anche attraverso una narrazione mistificata volta a “ratificare” la fine mondiale del movimento comunista e affermare che la società liberale e liberista è “la fine della storia”.

In verità, anche dopo la fine della prima e grande esperienza storica comunista, quella sovietica, il movimento comunista mondiale, senza interruzioni di continuità, ha proseguito a svolgere il proprio compito rivoluzionario mondiale, pagando inevitabilmente prezzi in alcune aree del mondo, ma persino avanzando significativamente e anche titanicamente (come nell’esperienza della Repubblica Popolare Cinese) sul piano internazionale generale. Come se dopo la sconfitta della Rivoluzione francese non fosse arrivata solo la Restaurazione, ma in grandi Paesi si fosse immediatamente affermata una nuova rivoluzione robespierriana. Cosa non avvenuta e che, dunque, consegna ancor più valore storico alla tenuta, al consolidamento e allo sviluppo comunista mondiale dopo la caduta dell’URSS. Allo stato delle cose, contrariamente alla vulgata capitalistica, oltre cento sono i partiti comunisti nel mondo – di diverse dimensioni – che si autodefiniscono tali e che operano concretamente nei propri Paesi. Spesso con un grande ruolo politico e sociale. A circa cento milioni giunge la cifra dei militanti comunisti del mondo, come somma delle varie organizzazioni comuniste del pianeta, e circa settanta milioni sono i militanti delle organizzazioni giovanili comuniste mondiali. Vi sono, inoltre, partiti comunisti che, governando direttamente i propri Paesi o essendo per i propri Paesi forze decisive (PC Cinese, Giapponese, Vietnamita, Sudafricano, Cubano, Russo, Brasiliano, Portoghese, il PC del Nepal, l’Akel di Cipro, della Repubblica di Boemia e Moravia, i due PC Indiani) orientano in verità la vita quotidiana e concreta di circa la metà dell’intera popolazione mondiale. Nonostante ciò, a dimostrazione della gigantesca forza di persuasione della cultura dominante, nei Paesi dell’occidente capitalistico vige la nozione di “crisi del movimento comunista”. Persino di “estinzione” di questo movimento. E non di rado tali nozioni si insinuano nelle stesse file del movimento comunista dell’occidente, dell’Ue, spingendo alcune forze, che a questo movimento si richiamano, alla rassegnazione o al cambio di identità politica e culturale.

In verità, noi assistiamo ad una vera e propria crisi del movimento comunista soprattutto (o solamente) nei Paesi dell’Ue. E su ciò vorremmo gettare una luce ed una prima riflessione. A partire dalle ultime elezioni per il Parlamento europeo del maggio 2019.

Il Partito Comunista Italiano (PCI) non presenta le liste per le elezioni del Parlamento europeo del 2019 perché non riesce a raccogliere le firme necessarie, nonostante lo strenuo impegno del gruppo dirigente e dei militanti per superare l’altissimo scoglio antidemocratico delle 30 mila firme per ogni Circoscrizione (5 Circoscrizioni: 150 mila firme).

Il Partito della Rifondazione Comunista ottiene, con tutta la lista de La Sinistra, l’1,88%, perdendo l’unico seggio conquistato nel 2014, quello della compagna Eleonora Forenza.

Il Partito Comunista di Marco Rizzo può evitare di raccogliere le firme grazie alla concessione del simbolo da parte del Partito Comunista di Grecia (KKE) e ottiene lo 0,88% dei consensi.

Il Partito Comunista Francese, che nelle presidenziali del 2012 e del 2017 aveva sostenuto Jean-Luc Mélenchon, attraverso la nuova linea d’autonomia comunista emersa al Congresso del novembre 2018 e voluta innanzitutto dal nuovo segretario nazionale Fabien Roussel, decide di partecipare alle europee del 2019 in modo autonomo, sceglie Ian Brossat come capolista ottenendo il 2,47% dei voti e 0 seggi. Nelle elezioni europee del maggio 2014 si era presentato con la lista France Insoumise, con Mélenchon ed altre forze di sinistra. Tale lista aveva ottenuto il 6,31% dei voti e 6 seggi.

Il Partito Comunista Portoghese, che per storia, prestigio, livello della ricerca politico-teorica e radicamento nel proprio Paese e tra le masse è uno dei più importanti partiti comunisti d’Europa e del mondo e che si presenta, com’è sua tradizione, con la lista CDU (Coalizione Democratica Unitaria, composta dallo stesso PCP e il Partito Ecologista) ottiene alle europee del 2019 il 6,65% dei voti e conquista 2 seggi (nelle elezioni europee del 2014 aveva ottenuto il 12,7% e 3 seggi). L’arretramento a queste ultime europee (che è anche addebitabile, in questo 2019, ad una molto più vasta platea elettorale, rispetto al 2014) apre nel PCP una discussione relativa all’appoggio esterno che lo stesso PCP, assieme ad altre forze di sinistra, offre al governo socialista (monocolore e di minoranza) presieduto dal 2015 da Antonio Costa, premier e segretario del Partito Socialista Portoghese. Il governo Costa, che nasce con i requisiti dichiarati di non mettere in discussione l’appartenenza del Portogallo alla NATO e all’Ue e che nel contempo esordisce con un aumento del salario minimo da 589 a 616 euro a partire dal 1 gennaio 2016, riducendo in seguito a 35 ore l’orario di lavoro dei dipendenti pubblici e abbassando l’IVA per alberghi e ristoranti dal 23% al 13%, ottiene sino al 2018, pur all’interno delle compatibilità capitalistiche portoghesi e all’interno dei dettami di Maastricht, alcuni successi sociali. Una linea sociale che ora, sotto la pressione del grande capitale portoghese e dell’Ue, sta pian piano venendo meno, aprendo conseguentemente nel PCP un dibattito volto al “che fare?”.

Il Partito Comunista di Spagna (PCE) non si presenta più in forma autonoma, sia alle elezioni nazionali che a quelle europee, dal 1986. Il 13 marzo del 1986 si tenne in Spagna un referendum sulla permanenza, o meno, della Spagna alla NATO. Vinse il SI. Tuttavia, il fronte del NO, formato dal PCE e da altre forze di sinistra, giunse a raccogliere ben 7 milioni di consensi. La stessa, grande, affermazione del NO spinse il governo socialista di Felipe Gonzales a indire le elezioni anticipate. A queste elezioni quel fronte del NO che aveva raccolto 7 milioni di voti contro la NATO si costituì in un’alleanza di sinistra (PCE ed altre forze) e per la prima volta scese in campo come Izquierda Unida (IU, Sinistra Unita). Paradossale, ma denso di significati futuri per il cambiamento della natura politica di IU, fu il fatto che essa, che proveniva dalla battaglia per il NO alla NATO, abbandonò, per costituirsi, il progetto di uscita della Spagna dall’Alleanza Atlantica. L’abbandono della parola d’ordine “Fuori la Spagna dalla NATO” non fu il solo prezzo che il PCE pagò per la costituzione di IU; ma sin dal primo Statuto dell’Izquierda vi furono altri prezzi da pagare, come la ratifica degli articoli dello Statuto che impedivano ai soggetti appartenenti a IU di avere una loro propria politica internazionale ed un loro autonomo radicamento sociale. La questione della trasformazione di IU in partito, superando la forma dei soggetti federati, si manifestò nell’Izquierda sin dall’inizio della sua storia, per proseguire negli anni. L’ormai lunga vita di IU ha probabilmente portato il PCE a perdere una porzione significativa della propria autonomia politica e ideologica da partito comunista e all’interno dello stesso del PCE tale contraddizione è da tempo motivo di una profonda discussione (tutto da mettere in luce è, peraltro, il rapporto tra la scelta del PCE – in qualche modo strategica, vista l’ormai lunga vita dell’Izquierda – di appartenere a IU e la scelta dell’eurocomunismo). Nel corso degli anni, tra l’altro, la stessa IU avrebbe assunto una linea politica molto più prossima ad una forza di sinistra progressista e antiliberista che antimperialista e anticapitalista.

Nelle elezioni per il Parlamento europeo del 2019 il PCE si presenta con la lista Unidas Podemos, l’insieme di Podemos, Izquierda Unida e Catalunya en Comù (Verdi e soggetti di sinistra). Unidas Podemos raccoglie il 10,7% dei voti e conquista 6 seggi: 3 vanno a Podemos, 2 a IU e 1 a Catalunya en Comù.

Nelle elezioni europee del 2014 il PCE (all’interno di IU) si era presentato, assieme a Iniziativa per la Catalogna/Verdi, con la lista La Sinistra Pluralista, ottenendo, senza Podemos, il 10,3% dei voti e 4 seggi. Podemos, nel 2014, alle europee era andato da solo e ottenendo il 7,98% dei voti e 5 seggi.

L’Akel (Partito Progressista dei Lavoratori) di Cipro (Partito Comunista di natura antimperialista e leninista, membro del GUE/NGL e mai vicino alle tesi dell’eurocomunismo, simile in questo al PC Portoghese e al Partito Comunista Greco) alle elezioni europee del 2019 ottiene il 27,49% dei voti e conquista 2 seggi. Nelle elezioni europee del 2014 aveva ottenuto il 26,98% e 2 seggi.

Il Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM), proveniente dal Partito Comunista Cecoslovacco, si costituisce nel 1989, dividendosi dal Partito Comunista Slovacco, dopo la divisione tra la Repubblica Ceco-Morava e la Slovacchia. Fortemente perseguitato dai governi liberisti successivi al socialismo cecoslovacco (terribile fu la legge contro i comunisti ceco-moravi che prese il nome di “Lustrace” e diversi sono stati i tentativi di mettere fuorilegge sia il KSCM che la Gioventù Comunista ceco-morava) il KSCM ha subìto negli anni e ripetutamente pressioni politiche fortissime (nelle quali era contemplata la perdita della legalità) che avevano come obiettivo quello di fargli accettare e riconoscere l’Ue, minaccia costante che non è stata certo ininfluente al fine di mettere a fuoco una linea politica, da parte del KSCM, tendente al cambiamento profondo dei Trattati ma non più all’uscita dall’Ue e dall’Euro. Una posizione, in un partito come il KSCM che conserva la propria identità comunista, più prossima a quella di Rifondazione Comunista (o a quella del Partito Comunista d’Austria, KPÖ) che a quella del PCI (che nei suoi Documenti Congressuali ha espresso una linea volta all’uscita dall’Ue e dall’Euro).

Nelle elezioni europee del 2019 il Partito Comunista di Boemia e Moravia ha ottenuto il 6,94% dei voti e 1 seggio. Nel 2004, con posizioni molto più radicali contro l’Ue, aveva ottenuto il 20,3% dei voti e 6 seggi; nel 2009 il 14,2% dei voti e 4 seggi; nel 2014 l’11% dei voti e 3 seggi.

Il Partito Comunista di Grecia (KKE), che nei primi anni ’80 ha subìto una forte scissione da parte di una sua ala volta al superamento dell’autonomia comunista (il Synaspismos di Maria Damanaki) è una forza molto radicata nel movimento operaio greco. Leninista e stalinista, per sua stessa definizione, il KKE esprime oggi posizioni fortemente critiche verso il socialismo cinese (definito “neoimperialista”), si differenzia da tanta parte del movimento comunista mondiale e punta, assieme ad altri partiti comunisti sul piano mondiale (in gran parte partiti di piccole dimensioni) a formare una nuova internazionale comunista. Il KKE, anche sulla scorta delle sue posizioni internazionali che lo dividono dalle altre formazioni comuniste dell’Ue, è fuoriuscito dal GUE/ NGL formando un suo piccolo Gruppo (Iniziativa dei Partiti comunisti e Operai d’Europa) non riconosciuto, per mancanza del numero minimo dei deputati previsto dalle regole parlamentari, dal Parlamento europeo.

Nelle elezioni europee del 2019 il KKE ha ottenuto il 5,37% dei voti e 2 seggi; nel 2014 6,11% dei voti, sempre con 2 seggi.

Il Partito del Lavoro del Belgio (PTB) nelle europee del 2019 ottiene il 5,72% dei voti (più il 2,97% come PVDA), eleggendo un eurodeputato.

Il Gruppo della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (GUE/ NGL) è composto, in questa IX Legislatura (2019-2024) da 41 membri su 751 seggi. Il precedente Gruppo (VIII Legislatura, 2014-2019) era composto da 52 membri su 750 seggi. Tranne il Partito Comunista di Grecia, gli altri partiti comunisti dell’Ue che hanno eletto deputati al Parlamento europeo hanno confermato la loro presenza all’interno del GUE/NGL. Il Gruppo Confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica nasce nel 1995, erede del Gruppo della Coalizione delle Sinistre (1989-1994). Dall’anno di costituzione sino alle elezioni europee del 2019 (in grandi linee) il Gruppo, pur se formato da forze anche molto diverse tra loro (forze comuniste dal carattere antimperialista, contrarie alla NATO e alla subordinazione dell’Ue agli USA e alla NATO, contrarie all’esercito europeo e contrarie alla stessa Ue e all’Euro, assieme a forze di sinistra, “antagoniste”, movimentiste e ambientaliste, capaci di sviluppare una critica all’Ue ma in un’ottica tutta interna al progetto dell’Ue, non contrarie alla NATO né all’esercito europeo) ha mantenuto un proprio equilibrio ed una certa unità d’azione (ma solo all’interno della dinamica parlamentare di Strasburgo e Bruxelles, non certo sul terreno della lotta sociale sul territorio generale dell’Ue, non certo sul piano del conflitto sociale sovranazionale, mancanza e vuoto ormai pesantissimo, in relazione all’attacco sovranazionale del grande capitale transnazionale dell’Ue).

Dalla fase temporalmente centrale dell’VIII Legislatura (anni 2014/2019) sino alla fase precedente la campagna elettorale per le europee del 2019, le tensioni tra le forze interne al GUE/NGL si acuiscono. Ciò che, rozzamente, accade è che diverse forze della “sinistra radicale” e della sinistra più moderata all’interno del GUE/NGL (“La France Insoumise” di Mélenchon, il Bloco de Esquerda – BE, portoghese, aree della stessa Die Linke tedesca, la Siryza greca di Tsipras, aree dell’Izquierda spagnola ed altre aree minori di sinistra) iniziano a porre, con forza e a più livelli, “l’esigenza” del superamento dei partiti comunisti e “l’opportunità” che all’interno del GUE/NGL “finisca l’egemonia comunista”. Un’egemonia che, per queste forze della sinistra, sembra essere esiziale. Un pensiero politico che può sfociare, se già non è sfociato, nell’obiettivo di chiudere il rapporto unitario tra forze di sinistra e forze comuniste, che può giungere all’obiettivo di far saltare lo stesso GUE/NGL. Le avvisaglie di questa posizione sono emerse nella fase precedente la campagna elettorale per le europee del 2019 e si sono poi con più forza evidenziate in quella della discussione sull’Appello lanciato dalle forze del GUE/NGL per la campagna elettorale. È in questo passaggio che, trainate da Mélenchon e dal Blocco di Sinistra Portoghese, alcune forze della sinistra hanno rivelato la loro sostanziale contrarietà a proseguire l’unità con i partiti comunisti ed è stato per questo motivo che, al contrario, i partiti comunisti, tranne quello di Grecia, hanno spinto sull’unità del GUE/NGL, linea espressa nello stesso Appello per le elezioni europee.

È del tutto evidente che quest’attacco ai partiti comunisti dell’Ue, anche da parte delle forze non comuniste, prende corpo proprio nel momento in cui cala il consenso elettorale anche dei maggiori partiti comunisti dell’Ue e in cui la crisi del movimento comunista dell’Ue inizia con più chiarezza a manifestarsi.

È possibile rintracciare, mettere a fuoco i motivi di fondo di questa crisi, che stabilisce una vera e propria differenza tra la vitalità e la centralità politica e sociale di tanti altri partiti comunisti del mondo (extra Ue) e il movimento comunista dell’Ue? Non è certo facile avviare una ricerca del genere: sarebbe un compito da intraprendere collettivamente, che lo stesso movimento comunista dell’Ue dovrebbe darsi (e che ancora non si dà). Ma occorre iniziare ad aprire il sipario.

Potremmo iniziare una prima discussione unendo, con una linea ipotetica, tre momenti storici chiave che si sviluppano nell’arco di un quindicennio: nel 1977, a Madrid, si incontrano Enrico Berlinguer (segretario del PCI), Santiago Carrillo (segretario del PCE) e George Marchais (segretario del PCF). È l’inizio (come si afferma a Madrid) della “nuova via”, dell’eurocomunismo, i cui “germi” stavano da tempo maturando all’interno del PCI (e sarà forse per questo che sarà proprio questo partito l’unico a sciogliersi, come forza comunista) e che erano già stati evidenziati alla Conferenza di Berlino del 29/30 giugno 1976. L’eurocomunismo si presenta, nella sua superfice, nel suo aspetto fenomenologico, come critica e autonomia dal socialismo sovietico. In verità è molto di più e la critica all’esperienza sovietica si fa funzione politica per l’abbandono di tanta parte del sistema di pensiero comunista. L’elezione della classe operaia europea a classe rivoluzionaria mondiale è funzionale alla rottura con la classe operaia e contadina, con il proletariato antimperialista, comunista e rivoluzionario del resto del pianeta e la scelta dell’Europa come terreno privilegiato della costruzione del socialismo è propedeutica alla rottura, da parte dei partiti dell’eurocomunismo, sia con il movimento comunista mondiale che con i partiti comunisti leninisti (PC Portoghese, Akel, e Partito Comunista di Grecia innanzitutto), scelta che sfocia infine nel privilegiare, anche sul piano strategico, il rapporto con le socialdemocrazie europee (Willy Brandt, Olof Palme). La scelta eurocomunista dell’Europa come terreno privilegiato della lotta per il socialismo è propedeutica alla rottura con la concezione leninista della “rottura dell’anello debole” e della costruzione di un vasto fronte mondiale antimperialista che costituendosi nelle “periferie del mondo” cambi i rapporti di forza mondiali a sfavore dei centri imperialisti occidentali. L’eurocomunismo contiene oggettivamente in sé sia la rimozione dell’antimperialismo che dell’internazionalismo proletario. La scelta dell’eurocomunismo di individuare l’Europa come il terreno internazionale privilegiato per la lotta per il socialismo e il movimento operaio europeo come il movimento d’avanguardia sul piano mondiale, cancellando anche la concezione leninista dell’ “aristocrazia operaia” (in riferimento alla classe operaia dei Paesi imperialisti e capitalisti) riporta in auge la raffigurazione di  un quadro europeo e mondiale simile a quello già delineato dalla Seconda Internazionale, che in modo positivista considerava – appunto, prima di Lenin e della Terza Internazionale – che il socialismo non poteva che nascere nei Paesi ad alto sviluppo capitalistico. Mai fuori di esso. Considerazione dalle nefaste conseguenze, la prima delle quali non poteva che essere quella della presa di distanza (e poi della condanna) del cosiddetto “marxismo asiatico”, presa di distanza e condanna che anticiperanno il distacco dal leninismo, dall’Ottobre e dalle esperienze del “socialismo realizzato” ( liquidate e non criticate, come invece si sarebbe dovuto), anticipando anche la famosa formulazione, coniata dal gruppo dirigente di maggioranza del PCI, dell’ “esaurimento  della forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”.

L’abbandono processuale dell’internazionalismo, dell’antimperialismo e la scelta strategica della NATO (soprattutto da parte del PCI) sono conseguenze dello stesso apparato ideologico eurocomunista. Il PCI, (che nella seconda metà degli anni ottanta aprirà un nebbioso dibattito sul senso politico e teorico di “riforme” e “rivoluzione”, sulla “terza via”, sul centralismo democratico e sulla relazione tra comunismo e  socialdemocrazia, dibattito che troverà una sua confusa conclusione al XVII Congresso dell’aprile 1986, dove il PCI si definisce “parte della sinistra europea”, concezione attraverso la quale persino la linea della “terza via” viene superata da destra e viene cancellato persino il centralismo democratico), pagherà il prezzo dell’eurocomunismo con il proprio dissolvimento e poi con la continua degenerazione di sé, sino a farsi PD. Il Partito Comunista di Spagna (pur, infine, salvando la propria esistenza) lo pagherà attraverso quella processuale perdita di autonomia politica, ideologica e organizzativa vissuta all’interno dell’Izquierda Unida. Nemmeno il PC Francese si salverà completamente dai guasti dell’eurocomunismo, indebolendosi man mano sul piano ideologico (uno snaturamento comunque molto lontano e molto meno pernicioso di quello del PCI) e specularmente su quello politico, organizzativo ed elettorale. Oltretutto, l’eurocomunismo degli anni’70 e ’80, condotto dal PCI, dal PCE e dal PCF, provocherà una grave e profonda divisione all’interno del movimento comunista dell’area dell’Ue, indebolendo di fatto il movimento comunista proprio nella fase in cui va storicamente prendendo corpo l’Ue come unità del grande capitale transnazionale e come emanazione di politiche iperliberiste sovranazionali. Di questo problema (la divisione del movimento operaio dell’Ue per mano dell’eurocomunismo) non si è parlato a sufficienza, tale questione non è stata messa sufficientemente a fuoco nella sua gravità: resta il fatto che invece di affrontare unito il nuovo, gigantesco moloch liberista dell’Ue, che in breve tempo avrebbe cancellato le strutture socialdemocratiche avanzate (soprattutto il welfare) che erano state erette in molti Paesi d’Europa; invece che affrontare unito il nuovo processo di militarizzazione della NATO sull’intero territorio europeo e le guerre imperialiste USA e NATO che dopo la caduta dell’URSS vanno moltiplicandosi; invece che affrontare unito la formidabile controffensiva ideologica di carattere essenzialmente anticomunista che il nuovo fronte ideologico USA-Ue conduce nell’intento di spazzar via dal terreno europeo quel vasto senso comune comunista, antimperialista, di sinistra formatosi attraverso la vittoria sovietica sul nazifascismo, attraverso le grandi conquiste sociali sovietiche, le lotte antifasciste della Resistenza europea e le grandi lotte dei partiti comunisti europei (in testa il PCI) sino agli anni’70, invece che affrontare unito tutto ciò, il movimento comunista dell’Ue viene spaccato in due dall’eurocomunismo con la parte non eurocomunista che  tende a contrarsi in sé. E i partiti dell’eurocomunismo, nella loro rapida mutazione moderata, nella loro veloce trasfigurazione in partiti sostanzialmente di sinistra (trasfigurazione che nel PCI dura sino alla fine stessa del PCI, mentre nel PC Francese e nel PCE ad un certo punto si interrompe), lasciano i partiti comunisti d’spirazione marxista e leninista ed antimperialisti (il PC Portoghese, il PC di Grecia, l’Akel di Cipro ed altri) soli nella battaglia.

Il secondo punto temporale che partecipa alla costruzione del quindicennio terribile per il movimento comunista dell’Ue è naturalmente il 26 dicembre 1991, quando, per responsabilità primaria di Gorbaciov, viene ammainata dalle cupole del Cremlino la gloriosa bandiera sovietica e l’URSS viene disciolta. La scomparsa dell’URSS investe come un mortale fiume in piena le già indebolite strutture ideologiche delle forze eurocomuniste: il PCI corre ad autodissolversi e tra le file sia del PCF che del PCE si acutizzano le contraddizioni. La caduta dell’URSS richiederebbe ancor più unità tra le forze comuniste dell’Ue; richiederebbe un surplus di unità di fronte all’ondata ideologica anticomunista che si leva dal mondo capitalista, tendente (come accadrà) a cancellare quel vastissimo senso comune comunista, antimperialista, di sinistra, progressista che si era profondamente disseminato anche tra i popoli europei e tra il movimento operaio attraverso la vittoria sovietica sul nazifascismo e attraverso le grandi conquiste sociali sovietiche; richiederebbe ancor più unità del movimento comunista dell’Ue di fronte alle politiche iperliberiste dell’Ue, che si dispiegano rapidamente anche in relazione alla scomparsa di un modello socialista come quello rappresentato dall’URSS; richiederebbe più unità di fronte alla imponente militarizzazione dell’Europa da parte degli USA e della NATO e di fronte allo scatenamento delle guerre imperialiste; richiederebbe ancor più unità del movimento comunista dell’Ue al fine di mettere a punto una ricerca politico-teorica alta in relazione alla stagnazione sovietica, alla crisi del modello produttivo sovietico e, infine, alla caduta dell’URSS, al fine di uscire “da sinistra” da quella sconfitta e non lasciare ai liquidatori dell’intera esperienza sovietica e del socialismo realizzato, come Occhetto e Bertinotti e tanti altri dirigenti e intellettuali dei partiti comunisti dell’Ue formatisi nell’eurocomunismo, il compito di “analizzare”, uscendone “da destra”, le esperienze prodotte dall’Ottobre.

Questa unità sarebbe stata necessaria, indispensabile nella fase storica più difficile e di fronte alle immense difficoltà prodotte dal quadro post-sovietico e di fronte alla nuova aggressività dell’imperialismo USA, della NATO e del capitale transnazionale dell’Ue. Ma l’eurocomunismo aveva già profondamente diviso il movimento comunista dell’Ue, aveva immesso nebbia ideologica in sé stesso spargendola anche fuori di sé, aveva indebolito il movimento operaio europeo complessivo, aveva modificato in senso moderato la natura politica e ideologica delle forze eurocomuniste sospingendo i partiti comunisti dell’Ue che avevano mantenuto un carattere marxista, leninista e antimperialista a raccogliere le forze e dispiegarle soprattutto all’interno del loro quadro nazionale.

La terza data che va a configurare il quindicennio terribile per il movimento comunista dell’Ue è il 7 febbraio del 1992, quando si firma il Trattato di Maastricht (a soli due mesi, significativamente, dall’autoscioglimento dell’URSS). La firma di questo Trattato dà la stura alla già imponente pressione liberista che si era gonfiata nelle pompe del capitale transnazionale europeo. In quella fase il capitalismo europeo viveva un “movimento” tipico del proprio mai lineare sviluppo: la fase era quella contrassegnata dall’esigenza di un nuovo ciclo di trasformazione, volto alla stessa sopravvivenza capitalistica e ad un nuovo processo di accumulazione. Fasi che storicamente si ripetono – appunto, come cicli – e che richiedono l’annullamento delle conquiste operaie precedentemente ottenute e l’abbattimento progressivo dei diritti e dei salari già strappati nelle lotte. Un meccanismo antisociale di autodifesa del capitale che punta ogni volta al cambiamento ciclico della divisione del lavoro nazionale e sovranazionale. Questo è ciò che stava accadendo, sul piano macroeconomico, nell’Ue che vedeva il movimento comunista diviso dall’eurocomunismo, piegato dalla sconfitta sovietica e impreparato ad opporsi al vento furioso del nuovo ciclo capitalistico europeo. Ma oltre a ciò, oltre al ciclo macroeconomico in atto, un altro “movimento” di gigantesche proporzioni si levava nell’area intera dell’Ue: l’esigenza dell’unità (per quanto possibile tra forze capitalistiche tendenti ognuna al proprio profitto) del grande capitale sovranazionale europeo di fronte ad un mondo che la scomparsa dell’URSS aveva trasformato in un nuovo mercato planetario da conquistare; l’esigenza di questa unità nell’obiettivo di attrezzare il polo neoimperialista europeo per la lotta interimperialista diretta alla conquista di quei nuovi e sterminati mercati che la caduta dell’URSS aveva aperto sul piano planetario.

È del tutto evidente che l’esigenza, da parte del grande capitale europeo, di far partire un nuovo ciclo di trasformazione si sposava dialetticamente con l’esigenza di unire il grande capitale transnazionale europeo in un unico polo neo imperialista (appunto, l’Ue e le sue istituzioni mute asservite al capitale) in grado di giocare la sua parte nella lotta interimperialistica per la conquista dei nuovi mercati. Questo combinato disposto crea un’altra e sconosciuta Europa, crea un’Ue particolarmente feroce e antioperaia che nulla ha a che vedere con l’Europa del welfare e del compromesso sociale del secondo dopoguerra. Di fronte a questa nuova Europa, in cui si estenuano le forze socialdemocratiche aventi il ruolo (non più richiesto, per questa fase europea estinto) di mediazione tra capitale e lavoro,  di fronte all’Ue che si presenta nella storia come la tipica belva feroce di ogni nuovo ciclo di trasformazione capitalistico, il movimento comunista dell’Ue si presenta indebolito e diviso dall’eurocomunismo, disorientato dal colpo della caduta dell’URSS e impossibilitato, anche per le stesse divisioni imposte dal gruppo eurocomunista, a formulare una risposta politica, teorica e sociale alle nuove ed immense difficoltà e contraddizioni.

Alcuni dati, largamente approssimativi, ma che danno il segno di quanto pesante, per il movimento comunista dell’Ue, sia stato il quindicennio tra il 1976 (inizio dell’eurocomunismo) e il biennio 1991-’92 (autodissoluzione dell’URSS e firma del Trattato di Maastricht): nel 1976 il PCI può contare su di 1 milione e 800 mila iscritti circa, che scendono nel 1990 ad 1 milione e 200 mila circa, con una perdita secca di 600 mila tesserati. Nelle elezioni del 1976 il PCI ottiene il 34% circa di voti, nel 1989 il 27% circa, prima di quella “Bolognina” che avrebbe rapidamente portato il PCI alla morte politica.

Il PC Francese ottiene nel 1967, prima della sua scelta eurocomunista (che peraltro abbandonerà nel giro di un decennio, senza fare la fine del PCI, ma subendone ugualmente i danni) il 22,5% dei voti, conquistando ben 73 deputati. Già nella prima metà degli anni ’80 (l’eurocomunismo inizia nella metà degli anni ’70, ripetiamo per comodità del lettore) scende sotto il 10% dei consensi elettorali, per poi crollare, nelle elezioni politiche nazionali del 2007, al 4,3% dei voti. Negli anni ’70 il PCF può contare su circa 200 mila iscritti: negli anni diventano 20 mila.

Il Partito Comunista Portoghese, nelle prime elezioni del 1975 per l’Assemblea Costituente, dopo il regime fascista di Salazar, ottiene il 12,5% e 30 seggi; nel 1976 il 14,4% dei voti, nel 1979 il 18,8%, nel 1999 il 9%, nel 2005 il 7%. Ciò che va registrata è la tenuta complessiva del PCP, che subisce il danno storico della caduta dell’URSS, l’inizio e lo svilupparsi dell’offensiva generale (ideologica, politica e sociale) dell’Ue, ma, non facendo parte, da posizioni leniniste, del gruppo eurocomunista, non vive le laceranti contraddizioni interne che portano alla morte del PCI e ai gravi problemi che vivono sia il PC Francese che quello di Spagna.

Il Partito Comunista di Grecia ottiene nel 1975 il 12,5% dei voti, nel 1979 quasi il 19%, nel 1999 il 9%, nel 2015 l’8,3%. Anche nel caso del KKE (un partito sempre fortemente avversato dalle forze fasciste, reazionarie e conservatrici greche, che soffre più di ogni altra forza politica il colpo di Stato dei colonnelli greci nel 1967 e che subisce la dolorosa scissione da parte del Synaspismos) assistiamo, nei tempi lunghi, ad una sostanziale tenuta elettorale (ma anche una tenuta in relazione al radicamento e ai legami di massa) che non c’è invece nei partiti dell’eurocomunismo.

L’Akel di Cipro, partito d’ispirazione marxista e leninista, nel 2008 elegge un proprio esponente, Dīmītrīs Christofias, Presidente della Repubblica di Cipro, come primo capo di Stato comunista in un Paese dell’Ue. Ogni altro candidato dell’Akel alla Presidenza di Cipro, dal 1988 sino al 2019, ottiene altissimi consensi, che vanno da un minimo del 27% ad un massimo del 51,5%, passando per risultati del 30 o 40%. Dal 1960 sino al 2016, l’Akel ottieni voti, per le elezioni politiche nazionali, che vanno dal 35% al 25%, senza mai scendere sotto questa cifra. Dal 2004 sino al 2019 l’Akel conquista sempre, in ogni tornata elettorale per le europee, 2 seggi. Anche nel caso dell’Akel, il profilo ideologico e culturale, la tenuta interna, l’organizzazione ed il radicamento non sono stati mai scalfiti dalle contraddizioni che altrove ha provocato l’eurocomunismo.

Detto tutto ciò, è del tutto evidente che l’attuale movimento comunista dell’Ue, nel suo insieme e al di là delle cause che hanno determinato il suo indebolimento (cause che tuttavia devono rimanere ben presenti) ha il compito gravoso di rilanciarsi e offrirsi di nuovo quale punto di riferimento, per il movimento operaio complessivo dell’Ue e per i popoli ( movimento operaio e popoli attratti dalle sirene false dei populismi e delle destre dell’Ue) nella lotta contro l’imperialismo USA, contro la NATO, contro l’Ue e l’Euro.

Il ritardo nel leggere la crisi e la sconfitta dell’URSS e del socialismo realizzato per uscirne da sinistra, senza liquidazionismi o apologie, ma solo attraverso la ricerca politico-teorica alta, in grado di arricchire e non depauperare il patrimonio culturale del movimento comunista; la comprensione dei moti macroeconomici che attraversano l’Ue e delle contraddizioni interimperialistiche che determinano l’attuale natura predatrice dell’Ue; un progetto di fuoriuscita dall’Ue e dall’Euro e un progetto di nuove alleanze internazionali per gli Stati e i popoli dell’Ue che renda ancor più credibile la lotta contro l’Ue; un’azione serrata, continua, volta alla costruzione di un senso comune di massa contro l’imperialismo USA, contro la NATO, contro una Ue subordinata alla NATO e contro l’esercito europeo; un’analisi aggiornata e profonda dei nuovi processi produttivi del grande capitale dell’Ue, che sbocchi in una progetto di attacco generale al profitto al fine di abbattere l’orario di lavoro a parità di salario e ricostruire welfare e diritti; un’analisi profonda del nuovo mondo del lavoro su scala continentale volto anche alla ricostruzione (in sintonia con i tempi) di un efficace organizzazione comunista nei nuovi luoghi del lavoro; la comprensione delle esigenze attuali della “classe” e delle giovani generazioni al fine di delineare una forma-partito comunista in grado di rispondere a tali esigenze ed essere all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe continentale; la costruzione dell’unità dei comunisti dell’Ue e delle forze della sinistra di classe dell’Ue  nella lotta anticapitalista sovranazionale, unità di classe come risposta attiva alla già avvenuta unità del capitale transnazionale; la questione dell’immigrazione da affrontare razionalmente, attraverso la condanna totale del razzismo, la delineazione di un progetto solidale, concreto, non idealistico di accoglienza e integrazione e attraverso la messa in campo di un progetto di costruzione, nella lotta anticapitalista comune, di un unico proletariato “bianco e nero”, volto alla trasformazione sociale.

Sono questi, ed altri, i temi che attendono il movimento comunista dell’Ue, che proprio a partire dalla pregnanza storica di questi temi, deve assolutamente porsi la questione di un luogo unitario comunista ove possa iniziare la ricerca collettiva e il confronto politico e teorico di tutte le forze comuniste (unità da perseguire senza pregiudizi) superando nella ricerca aperta e nella prassi unitaria i tanti decenni di diaspora e di rottura che hanno segnato l’esperienza dei partiti comunisti dell’Ue degli ultimi decenni. Non si tratta, ora, di ricostruire una nuova internazionale comunista; si tratta di comprendere che il GUE/NGL come unico e parlamentare (lontano, dunque, dallo scontro di classe) luogo di incontro tra forze comuniste non può più essere la sola risposta (o la risposta primaria) all’esigenza dell’unità comunista sovranazionale (tanto più in una fase come l’attuale, dove all’interno del GUE/NGL le forze della sinistra non comunista sono ormai fortemente inclini ad attaccare l’autonomia ed il ruolo dei partiti comunisti); si tratta di riconsegnare alla “classe” dell’Ue, col tempo, un punto di riferimento antimperialista, anticapitalista, rivoluzionario, di nuovo legato ai popoli e al movimento operaio; si tratta di rispondere alla lotta antioperaia e antipopolare sovranazionale che conduce il grande capitale transnazionale dell’Ue (sia da solo che attraverso le armi che si è dato attraverso l’Ue) con una lotta, politica, sociale e sindacale, organizzata sul piano sovranazionale del movimento operaio complessivo dell’Ue.  Come i tempi e la lotta di classe reale, di oggi, sul terreno dell’Ue, richiedono.

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