Hasta siempre Comandante! La morte del Che e l’ultima pagina del suo diario

Il 9 ottobre 1967 muore Che Guevara

Il 7 ottobre 1967, nell’ultima pagina del “Diario”, Guevara scrive: “Si compiono undici mesi dall’inaugurazione della guerriglia. Giornata senza complicazioni, bucolica… ci rendiamo conto che siamo a circa una lega da Higuera”. E’ un appunto che si rivela del tutto inconsapevole di quello che sta per accadere. Una vecchia contadina ha scoperto accidentalmente i guerriglieri, che cercano di comprare il suo silenzio con cinquanta pesos. “Ma ci sono poche speranze che mantenga il silenzio”, si legge nel “Diario”. Il giorno dopo, presso la Quebrada del Yuro, i diciassette uomini superstiti dell’iniziale gruppo di guerriglieri che ha iniziato l’avventura boliviana con il “Che” vengono sorpresi da cinque battaglioni di ranger. Sei muoiono nello scontro, otto riescono a fuggire, tre sono fatti prigionieri. Tra loro, ferito, c’è lo stesso Guevara, che rivela la sua identità e viene trasportato nel villaggio di La Higuera, distante otto chilometri. I prigionieri vengono rinchiusi in una scuola.

Il “Che” è ripetutamente interrogato. Si rifiuta di rispondere alle domande. I militari sono al comando di Andrés Selich e di Miguel Ayaroa. Il 9 ottobre giunge sul luogo il cubano Felix Ismael Rodríguez Mendigutia, che è entrato a far parte della Cia e tenta inutilmente di far parlare il prigioniero. In mattinata, da La Paz giunge l’ordine di ammazzare Guevara: a prendere la decisione hanno provveduto il presidente boliviano Barrientos e i funzionari dei servizi segreti americani che sono in perenne collegamento con Washington. A sparare i colpi mortali ci pensa il militare Mario Teran (gli assassini di Guevara moriranno tutti in circostanze misteriose negli anni successivi). Si chiudono in questo modo trentanove anni vissuti intensamente.

Il cadavere – trasportato fin lì con un elicottero – viene esposto all’ospedale Signore di Malta su un tavolaccio a fotografi, tv e giornalisti. Il “Che” ha gli occhi aperti, la divisa sbottonata. Il suo corpo viene sepolto di nascosto in un angolo della località di Vallegrande, a duecentoquaranta chilometri a est di Santa Cruz (nel 1996 il governo boliviano ha autorizzato le ricerche in prossimità di un aeroporto per ritrovarne i resti, che saranno ritrovati nel luglio del 1997). Le mani vengono tagliate e fatte arrivare a Cuba, affinché L’Avana prenda atto che Guevara è davvero morto. Il 15 ottobre, in un discorso televisivo, Castro conferma a tutto il mondo la morte del “Che”. Il 18 ottobre, nella Piazza della rivoluzione, si svolge la “veglia funebre” in memoria di quello che viene ribattezzato “il guerrigliero eroico”. Vi partecipa una folla immensa e commossa.

Cosa accadde ai superstiti? La versione più attendibile è quella di Harry Villegas, alias Pombo, che è stato accanto a Guevara dal 1957 al 1967. Del gruppo guerrigliero si salvano tre cubani: lui, Dariel Alarcon (Benigno), Leonardo Tamayo (Urbano). Ci riescono perché proprio il “Che” li aveva convinti per motivi strategici a separarsi dal suo gruppo. La notizia dell’arresto del loro leader l’apprendono dalla radio. E’ un dettaglio a confermare l’accaduto (“Parlavano delle calzature, di due paia di calzini: il “Che” ne usava sempre due paia, perché aveva la pelle molto sensibile e così la proteggeva”). Amarezza e sorpresa lasciano subito il posto al lucido tentativo di sottrarsi all’esercito boliviano e agli agenti della Cia. Scontri a fuoco con i militari, clandestinità, altri compagni ammazzati costellano la rottura dell’accerchiamento.

Solo nel gennaio del 1968 i superstiti (aiutati da ciò che resta della rete guerrigliera e da qualche componente del Partito comunista boliviano) riescono a giungere a La Paz da Cochabamba a bordo di un camion di fortuna. Da lì parte la loro marcia forzata verso il confine con il Cile, dove giungono il 15 febbraio. Falliti i contatti con Perù e Ecuador per un rapido rimpatrio, i tre devono iniziare un vero e proprio giro del mondo per tornare a Cuba. Prima l’Isola di Pasqua, poi Tahiti, Numea (isoletta del Pacifico), Sri Lanka, Addis Abeba, Parigi, Mosca e finalmente L’Avana, dove il 6 marzo trovano Fidel Castro ad aspettarli all’aeroporto.

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